"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 19 maggio 2014

L’ESKIMO A PALA LUNGA (EXTENDED PADDLE INUIT ROLL)


Per eseguirlo è necessario tenere la pagaia in posizione estesa per ottenere una leva maggiore ed aumentare la probabilità di riuscita della manovra. Si può fare con la pagaia moderna ma risulta più efficace con quella groenlandese. Ecco come va eseguito. 


Piegate in avanti il busto, stendendo le braccia verso la prua del kayak. Tenete la pagaia normalmente, ma fate scivolare la mando attiva fino circa metà del manico. Con la mano sinistra invece, afferrate l’angolo superiore della pala posteriore, tenendo il pollice verso l’esterno del kayak. Portate la pagaia fuori dal bordo, parallela allo scafo, in modo che il dorso della pala anteriore sia adagiato sulla superficie dell’acqua, e l’altra pala si trovi a livello dell’anca. Se necessario, fate scivolare ancora un po’ la mano di controllo sul manico, in direzione della pala posteriore, restando sempre piegati in avanti. 



Ora rovesciatevi completamente, mantenendo la pagaia parallela allo scafo e spingendola fuori dall’acqua. Tenendo il braccio destro esteso eseguite una spazzata lateralmente da prua verso poppa, fino a portare la pagaia a 90° rispetto alla chiglia del kayak. Durante il movimento, la pagaia dovrà restare parallela alla superficie dell’acqua. 



A questo punto si esegue il colpo d’anca per raddrizzare il kayak fuoriuscendo di schiena verso poppa. La testa è l’ultima parte del corpo che deve uscire dall’acqua. Ci si può aiutare anche con movimento di chiusura in appoggio basso inclinandosi in avanti. 



lunedì 12 maggio 2014

LA PANTANA, DALL’AFRICA ALLA KAMCHATKA


Appartiene all’ordine Charadriiformes, famiglia Scolopacidae. Il suo nome scientifico è Tringa nebularia. E’ la più grande del suo genere, con una lunghezza corporea di circa 30-33 cm, con un robusto becco e lunghe zampe verdi, che costituiscono importanti caratteri diagnostici. Il dorso è di colore grigio, con macchie e strie nere e marroni, il piumaggio delle ali è nero e piuttosto uniforme, mentre il ventre è bianco; in volo è evidente l’ampia barra bianca sopra la coda. E’ simile alla Pettegola, che però ha zampe rosse. 



Nidifica nella fascia boreale delle foreste di Europa e Asia; evita le zone montuose o con vegetazione troppo fitta, preferendo ambienti piuttosto aperti, frammisti ad alberi e cespugli, o le aperte foreste di conifere. In migrazione frequenta zone inondate, marcite o cordoni sabbiosi, per raggiungere le zone umide dei quartieri di svernamento, situati sia sulle coste che all’interno. Si nutre principalmente di invertebrati, soprattutto insetti nei siti di nidificazione, ma cattura anche pesci. E’ una specie monogama e scarsamente gregaria, le singole coppie nidificano in territori separati e attivamente difesi. Al ritorno della migrazione, le pantane occupano solitamente lo stesso territorio dell’anno precedente e nidificano con lo stesso partner; se possibile, mantengono queste abitudini per tutta la vita. 



Il suo areale di nidificazione di estende dalla Gran Bretagna alla penisola della Kamchatka, sull’Oceano Pacifico. I principali quartieri di svernamento sono distribuiti tra le isole dell’Oceano Indiano fino alla Cina orientale all’Australia, in misura minore sverna in Europa occidentale, nel bacino del Mediterraneo e in Africa nord occidentale. In Italia è migratrice regolare e, in piccola parte, svernante. La popolazione nidificante conta circa 150.000 coppie, in gran parte distribuite in Russia; In Italia svernano circa 500 individui, distribuiti prevalentemente nelle zone umide costiere, e, in misura minore, in quelle interne. 



lunedì 5 maggio 2014

IL REGNO DEL QAJAQ (6)


Un altro fattore che influisce sull’attività umana e limita gran parte delle sue operazioni, è la lunghissima oscurità invernale. Poiché però l’uomo polare non vive esattamente al Polo Nord, ma a latitudini comprese fra i 60° e gli 80° Nord, l’oscurità non è mai completa, in quanto una fonte di luce sufficiente a distinguere gli oggetti e il profilo del paesaggio si manifesta quando il sole è ancora 6° sotto l’orizzonte. Anche nel giorno più corto dell’anno, a 72° 30’ di latitudine è presente un crepuscolo sufficiente a consentire di muoversi sul terreno; una superficie coperta da neve è un ottimo riflettore naturale che intensifica la luminosità della debole luce solare. 


Inoltre in assenza di sole, la luna, grazie all’atmosfera estremamente tersa d’inverno, diffonde una luce in grado di creare ombre che consentono così all’uomo di superare percorsi molto accidentati. In prossimità del Polo Nord la luna non tramonta per due settimane: basta anche la luce di una mezza luna per rendere possibili di attività di caccia, i viaggi di trasferimento nonché lo studio scientifico. L’atmosfera artica è dunque ricca di fenomeni e di particolarità diversissime, ma il mare non è da meno e offre una molteplice varietà d’aspetti. 


Se vi è un elemento centrale nell’Artico, attorno a cui tutto ruota, questo è il mare, il cui studio è importante tanto quanto quello delle terre che lo circondano; l’estensione delle acque artiche è quasi doppia di quella della tundra; inoltre il mare è biologicamente ben più produttivo dei territori che bagna. Il suo maggiore interesse risiede nel fatto che presenta caratteristiche diverse da quelle di tutti gli altri mari. Il fattore preminente è la grande distesa di ghiaccio che lo ricopre per la maggior parte; questo scudo posto al sommo della Terra ha un potere di riflessione enorme, pari a diverse volte il potere di riflessione dei terreni normalmente innevati e che può raggiungere l’85-88% di riverbero della luce solare ricevuta. 


Fonte: Il meraviglioso universo del grande Nord.