"Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare,
e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire..."
(Tiromancino)

lunedì 25 giugno 2012

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (17)



La solidarietà di gruppo era la terza importante caratteristica delle genti Inuit, necessaria per sopravvivere in un ambiente così critico. Si è parlato a questo proposito di un comunismo primitivo, che consisteva nell’equa distribuzione, fra i componenti della comunità, del cibo a disposizione. In caso di gravi e lunghe carestie, per salvaguardare la difesa del gruppo, venivano sacrificate le neonate: i maschi erano risparmiati poiché con il tempo sarebbero diventati validi cacciatori. Era inoltre uso comune sacrificare chi, essendo troppo anziano, non poteva apportare alcun contributo alla comunità; i vecchi si suicidavano semplicemente esponendosi al freddo intenso. Questo accadeva con grande sofferenza di chi, abituato a un profondo affetto familiare, doveva aiutarli in un atto così estremo.




Gli Inuit non erano gelosi, né possessivi nei confronti dei propri coniugi: lo scambio di mogli avveniva consensualmente e senza scandalo. Persino i figli, che erano accuditi con la massima cura e con profondo amore, potevano essere ceduti in adozione, in base a un principio di equilibrio sociale che tendeva a bilanciare il numero della prole delle diverse famiglie.




La famiglia Inuit era anche una famiglia naturale nel senso etimologico, scevra da eccessi autoritarismo: all’interno di essa, ciascuno adempieva alle proprie responsabilità, anche in età molto giovane, ed era rispettato da tutti.



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lunedì 18 giugno 2012

SISTEMI TRADIZIONALI DI PESCA, CONSERVAZIONE E CONSUMO DEGLI AGONI SUL LARIO (parte seconda)

Gli Agoni pescati venivano poi conservati per tutto l’anno tramite il processo di conservazione a mezzo essiccatura e salatura in barili e mastelli di legno. Gli agoni seccati e salati si chiamano "Missoltitt" (in italiano missoltini). Descrizione d’epoca del sistema di conservazione: “Si prendono gli agoni, si cavano loro le intestina, indi posti in un recipiente, vi si sparge sopra del sale. Pei magri si adoperano 30 grammi o poco più di sale e pei grassi 90 per ogni libbra di agoni, indi pongonsi in filze lunghe metro ed anche più e tenendole distese con una bacchetta si fanno disseccare al sole".




"Seccati convenientemente, si schiaccia loro il capo e l’uno a fianco dell’altro ben stivati si pongono in file dentro un mastello di legno, più largo al basso che all’apertura, e fra l’una e l’altra fila si pongono delle foglie di lauro. Empiuto il mastello, si copre con un coperchio di legno, e poscia si pone in calca sovrapponendosi dei pesi… a poco a poco sopra il mastello galleggia dell’olio, il quale può servire per bruciare nelle lampidi”.





Gli agoni più pregiati sono quelli grassi, pescati quindi in autunno e in inverno che però sono anche i periodi più difficili in cui stanno distanti dalla riva e dal pelo dell’acqua. L’agone è stato in passato una delle fonti di proteine pregiate per l’alimentazione, vi si accostavano tutte le fasce economiche della popolazione. I pescatori erano obbligati in periodo di quaresima a rifornire i mercati cittadini con una certa percentuale del loro pescato. Dal ricettario d’epoca “Si cuoce con erba salvia, o si frigge all’olio o al burro. Fritto si può carpionare e conservarsi parecchi giorni. Il modo più lodato per cuocerlo è alla barcaiuola, cioè ponendolo alla gratella ancor boccheggiante e lottante con la morte…".






"Anche colle curadure, ossia interiora, si fa un ghiotto manicaretto, appetitoso soprattutto dai bevitori. I Missoltitt, servono da companatico principalmente nelle vigilie quaresimali. Si cuociono alla brace e si mangiano con qualche salsa piccante. In altre circostanze possono fare le veci delle acciughe.”




I Missoltitt sono il piatto più noto della gastronomia lecchese.
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Testo del Luis (Inuit del Lario)
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lunedì 11 giugno 2012

EQUIPAGGIAMENTO DI SICUREZZA



Il kayak da mare è una disciplina inclusa negli sport definiti “outdoor” e cioè quelli praticati all’aperto, in un ambiente naturale come quello acquatico (mare, lago e fiume) talvolta ostile e quasi sempre imprevedibile. Quindi per praticare il kayak da mare, la sicurezza è alla base non solo della preparazione teorico-pratica del kayaker (tecnica di base e avanzata, auto-salvataggi, navigazione) ma anche dell’equipaggiamento di sicurezza che abbiamo a bordo sulla nostra imbarcazione; equipaggiamento che ci può essere utile per noi stessi e per i nostri compagni di escursione
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Il nostro kayak dovrebbe disporre oltre al materiale essenziale come pagaia, salvagente, paraspruzzi, paddle-float e pompa di sentina, di diversi equipaggiamenti ausiliari che, stivati nei gavoni, possono essere utili in caso di necessità e talvolta salvarci la vita.




Una sacca da lancio galleggiante che, custodita nel pozzetto, nel terzo gavone o sul ponte, deve avere una portata utile di almeno 15 metri.
Una pagaia smontabile di scorta da fissare sulla coperta del kayak che sia facilmente raggiungibile dal kayaker.
Una cima di traino per trainare un compagno che per varie ragioni non è più in grado di pagaiare. Una cima di traino che va applicata direttamente sul ponte posteriore del kayak ma esistono in commercio delle cime di traino, molto comode, da legare alla vita come un marsupio.
Una luce stroboscopia stagna da usare come segnale di pericolo.
Un fischietto o un avvisatore acustico.
Il telefono cellulare che va risposto in una sacca stagna trasparente.
La bussola e il GPS.
Un kit di pronto soccorso.
Un coltellino da kayak.
Abbigliamento vario che può sempre servire in caso di cambiamento delle condizioni atmosferiche (giacca d’acqua, maglietta termica a maniche lunghe, cuffia in neoprene, moffole, nordovest).
Il paddle lesh che è un laccio che serve per legare la pagaia al kayak o al giubbotto salvagente.



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lunedì 4 giugno 2012

LA MORETTA TABACCATA, LA BELLA BRUNETTA



Appartiene all’ordine Anseriformes, famiglia Anatidae, uccelli acquatici conosciuti come anatre. E’ inclusa nel gruppo delle “anatre tuffatrici”. Il suo nome scientifico è Aythya nyroca. Piuttosto piccola, ha una lunghezza corporea totale di 38-42 cm. Il maschio è facilmente riconoscibile per il piumaggio castano-mogano intenso; è caratterizzato anche da occhi bianchi e da ventre e fascia alare bianco splendente, evidenti solo quando è in volo. La femmina è molto scura, con sottocoda bianco e occhi bruni. E’ per lo più solitaria, talvolta però si osserva in gruppo con altre anatre tuffatrici. Come le specie affini ha un volo veloce e rapido, ma a basse altezze, che le consentono maggiore manovrabilità.




Nel periodo riproduttivo occupa abita di acqua dolce con elevata copertura di vegetazione, al cui interno costruisce il nido, di preferenza vicino al terreno; nella stagione invernale frequenta acque salmastre o costiere, e raramente si osserva in mare aperto. Si nutre di vegetali acquatici, insetti e altri invertebrati, che caccia tuffandosi o anche pescando in superficie. Caccia con maggiore agilità di altre anatre, spingendosi fino a 6 metri di profondità per quasi un minuto.





Si tratta di un anatide tipico delle steppe, che nidifica in continuità in Europa solo nelle regioni orientali e sverna nel bacino del Mediterraneo. In Italia è migratrice regolare, nidificante (con segnalazioni fortemente localizzate) e svernante. In Lombardia è presente quasi esclusivamente durante la stagione fredda, nelle principali zone umide (laghi e torbiere) al di sotto dei 300 metri.




Le popolazioni svernanti europee sono state stimate in circa 75.000 individui nell’area mediterranea e del Mar Caspio; il censimento risulta difficoltoso per il comportamento schivo della specie, anche in inverno. La tabaccata è considerata minacciata a livello globale per il disturbo diretto e l’inquinamento delle acque e sono in atto numerosi programmi di conservazione. La popolazione nidificante in Italia è inferiore alle 50 coppie, di cui molte nell’alto Adriatico. Nella Palude Brabbia (provincia di Varese) si oscilla da 3 a 5 nidi all’anno. In Lombardia il contingente svernante è stimato in 30-50 individui.



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