"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 28 maggio 2012

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (16)



Non bisogna però dimenticare che l’Inuit e la sua organizzazione sociale erano perfettamente in sintonia con l’ambiente straordinario che li circondava. Ancora oggi, un Inuit in pieno blizzard e nell’imminenza dell’oscurità, può iniziare a tagliare i blocchi di neve formando il basamento dell’igloo, fermarsi per fumare la pipa e quindi terminare la costruzione.





Gli Inuit primitivi possedevano quattro importanti attributi psicologici: il primo era l’alta considerazione della propria abilità personale, unita alla consapevolezza di potere badare a sé e alla propria famiglia. Il secondo consisteva nel fatto che l’Inuit attribuiva poco valore al possesso delle cose personali, poiché per la sua natura di nomade solo pochi beni indispensabili potevano essere trasportati su una slitta o su una barca.





Da questa concezione di proprietà derivava un’essenziale onestà: come conseguenza, l’Inuit non aveva nessuna propensione all’accumulo di beni o di capitali per il futuro; l’orgogliosa considerazione di se stesso e il modesto attributo ai beni personali, favorivano una grande generosità e un sincero piacere nel cedere le proprie cose. Chi era in grado di privarsi di qualcosa di personale per offrilo ad altri, era considerato un uomo di valore, nei confronti del quale chi riceveva non poteva che provare stima e ammirazione. L’Inuit non si considerava proprietario delle terre che abitava: il territorio aveva valore in quanto usato per un preciso scopo, per esempio per cacciare o pescare.



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lunedì 21 maggio 2012

SISTEMI TRADIZIONALI DI PESCA, CONSERVAZIONE E CONSUMO DEGLI AGONI SUL LARIO (parte prima)



Gli Agoni (Alosa agone) sono da sempre tra i pesci più diffusi nei laghi lombardi. Si trovano anche nei laghi del Lazio dove però sono stati introdotti artificialmente. L’agone è lungo circa 30 cm. e pesa 50 grammi. Viene pescato più facilmente a primavera quando i branchi di pesci si avvicinano alla riva per la riproduzione. I sistemi tradizionalmente usati per la cattura di grosse quantità di questo pregiato pesce sono la Tirlindana, la Bedina e il Cavalletto.




Il Cavalletto è un pontile costruito con dei pali fino a portare il pescatore sopra il livello delle alghe che precede la riva, limite dove abitualmente si fermano gli agoni. Calate le esche montate su un filo di rame il pescatore si sposta verso la riva muovendo la canna a piccoli strappi. Le esche appariranno così animate ed è facile che molti pesci rimangono agganciati ad ogni passata.



La Tirlindana è una lenza in filo di rame (madre) lunga da 100 a 150 metri da cui si staccano una dozzina di spezzoni lunghi 10 metri ciascuno (rami) alle cui appendici troviamo le esche ricavate a mano in forma di lamine metalliche luccicanti, sagomate a forma di pesciolini. Con un abile conduttore della barca a remi le lamelle ingannano con il loro movimento gli agoni che abboccano numerosi. E’ una tecnica di pesca che richiede la presenza di due persone.





La Bedina è un tipo di rete volante da posa. Viene usata ad una certa distanza dalla riva. Nel suo insieme è formata da due parti di forma allungata collegate da una terza a forma di sacco. Dopo che la rete è stata posata con l’utilizzo di due barche o di una barca più un palo fissato sul fondo viene recuperata e chiusa con una corda in modo che diventa una grossa sacca. Tale rete è vietata ai giorni nostri perché le sue dimensioni e le strette maglie catturavano tutto quanto veniva a trovarsi all’interno del suo raggio di azione, impoverendo in maniera indiscriminata il fondo del lago.

Testo del Luis (Inuit del Lario).
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lunedì 14 maggio 2012

PAGAIARE IN AVANTI (parte seconda)



Il lavoro della torsione del tronco è essenziale nella pagaiata in avanti in quanto ci permette di utilizzare la grande forza dei nostri muscoli dorsali; l’asse delle spalle ruota e il suo movimento è determinante per un’ottimale efficacia del gesto atletico. Dopo un po’ di prove non avremo più problemi di stabilità primaria in acque tranquille, ma cerchiamo di restare in “equilibrio”: dovremo differenziare il lavoro della parte alta del corpo da quello degli arti inferiori che devono applicare forza per spingere in avanti il kayak e nello stesso tempo tenerlo piatto sull’acqua.




Dobbiamo tenere presente alcuni punti saldi nella pagaiata in avanti:
- Ripensare ai concetti teorici, ma soprattutto, tendere sempre a raggiungere la massima resa con il minino sforzo.
- Non spostare acqua con la pala della pagaia, cercare di sentire il kayak scivolare avanti
- Sentire l’acqua dura contro la pala e il kayak leggero che scivola in avanti.
- La pagaiata è azionata con movimento di trazione e spinta delle braccia, ma soprattutto bisogna far lavorare il più possibile i possenti muscoli del dorso e delle spalle.
- Più si tiene la pagaia verticale e più avrò una risultante in avanti. Per riuscire a fare ciò bisogna cercare di mantenere vicino al kayak la mano dell’arto che sta compiendo la trazione-
- Non tardare troppo a estrarre la pala dall’acqua: l’estrazione avverrà all’incirca al momento del superamento del pozzetto. Altrimenti si rischia di far girare il kayak.




Andare in kayak è un fatto di sensazioni. Bisogna cercare di essere sensibili quando si è in equilibrio sull’acqua. Una percezione da ricercare è sicuramente quella di essere diventati tutt’uno con il kayak. Bisogna differenziare bene il lavoro del busto con quello delle anche e delle gambe. Bisogna essere morbidi nei movimenti e pensare sempre a muovere il kayak. In acque calme bisogna concentrarsi a tenere piatta l’imbarcazione evitandone il beccheggio e il rollio. Non stringere il manico e rilassare il più possibile le mani agendo con una presa digitale anziché palmare.



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lunedì 7 maggio 2012

IL MIGLIARINO DI PALUDE, IL “PASSERO” DI CANNETO



Appartiene all’ordine Passeriformes famiglia Emberizidae, uccelli di piccola taglia, compatti, con becco massiccio. Il suo nome scientifico è Emberiza schoeniclus. Il nome deriva dall’abitudine di frequentare i campi di miglio a scopi alimentari. Di taglia simile a un passero, lungo 15-16 cm. Il maschio in primavera ha testa e gola nere attraversate da un evidente collare bianco che si incunea fino al becco. Parti superiori marroni, con striature nere, parti inferiori bianche macchiettate sui fianchi, timoniere esterne bianche. In autunno-inverno le parti bianche del collo appaiono più sfumate e meno nette. La femmina ricorda quella della Passera d’Italia, è priva delle ampie parti nere del maschio, ha testa bruna, sopracciglio chiaro, mustacchio bianco e nero e petto chiaro con strie nere.




In Italia sono presenti due sottospecie diverse di Migliarino di palude, una detta “a becco fine”, l’altra “a becco grosso”. La prima si nutre di piccoli semi, la seconda (di origine più recente) riesce a spezzare le canne di palude e predare le larve di insetti in esse contenute.





Frequenta ambienti paludosi e acquitrini, nidifica in canneti, cariceti e, occasionalmente, in prati umidi, costruendo il nido sul terreno o, più in alto, tra gli arbusti. In inverno è facile da trovare anche in gruppetti sui campi coltivati, dove trova i semi di cui si nutre, sempre nelle vicinanze di fossi e di aree umide di maggiori dimensioni.




Nidifica in tutta Europa, con elevate abbondanze fino alla latitudine della Pianura Padana; più rarefatto a sud. In inverno le popolazioni settentrionali migrano venendo a incrementare le popolazioni presenti alle nostre latitudini. In Lombardia appare presente tutto l’anno nelle aree idonee, chiaramente più diffuso in inverno quando le esigenze alimentari sono meno vincolanti. La stima della popolazione nazionale è attorno a 10.000-30.000 coppie; in inverno, in Lombardia la popolazione svernante può superare le 100.000 unità.



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