"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 30 aprile 2012

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (15)



La filosofia delle popolazioni Inuit è sempre stata quella del nomadismo utilitaristico; gli spostamenti erano imposti dalla ricerca di territori migliori per la caccia e dipendevano fondamentalmente da eventi di natura stagionale, quali la migrazione dei caribù, l’arrivo degli uccelli, il passaggio dei cetacei. Malgrado il vecchio ordine sociale sia profondamente cambiato nel nostro secolo, è necessario, per capire meglio le conseguenze dell’incontro della cultura di questo popolo con quella occidentale, approfondire brevemente quella che per secoli è stata la loro organizzazione sociale.




Gli Inuit facevano certamente parte di una di quelle culture della prima età della pietra che non possedevano una complessa struttura tribale. La famiglia o al massimo alcune famiglie, costituivano l’unità sociale organizzata superiore. In qualche caso si riconosceva come autorità il più forte cacciatore, capace di influenzare con la propria abilità e il proprio coraggio le sorti dell’intero gruppo. Talvolta in assenza di questa particolare figura, l’autorità veniva assunta dallo sciamano o stregone, un elemento presente presso tutti i popoli dell’Artico.




Lo sciamano interpretava nell’animo dell’Inuit il bisogno di comunicare con divinità e spiriti, sia per propiziarsi il successo in una battuta di caccia, sia per impetrare il perdono per la trasgressione di determinati tabù; compiti dello sciamano erano anche la guarigione delle malattie e l’allontanamento delle calamità che potevano aver colpito la comunità. In altre parole, nella povertà materiale dell’ambiente in cui viveva l’Inuit, lo sciamano rappresentava la fuga dalle paure e dalle miserie quotidiane dell’individuo e l’innalzamento in un mondo spirituale che, sebbene ingenuo e primitivo, lo appagava.



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lunedì 23 aprile 2012

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: I PONTI FERROVIARI DELL’ADDA LECCHESE

Nel 1873 veniva collocato il ponte in ferro sull’Adda tra Olginate e Calolziocorte. La linea ferroviaria Milano-Lecco-Sondrio aveva destato meraviglia all’epoca per le difficoltà costruttive affrontate quali “trincee… gallerie di 300 mt… muri di sostegno… manufatti per sovrapassaggio a corsi d’acqua e a strade… e il grandioso ponte in ferro a travata per l’attraversamento del fiume Adda…”.




A costruire il ponte è l’Impresa Industriale Italiana di Costruzioni Metalliche di Castellammare di Stabia (NA) all’epoca la più importante a livello europeo nel settore, forte dell’esperienza fatta sulle ferrovie di mezza Europa partendo da quelle del Regno di Napoli fino alla San Pietroburgo-Varsavia, e a seguire con i ponti in ferro sul Po del Regno d’Italia.




Il ponte consisteva in una struttura reticolare in ferro di sezione rettangolare a 3 campate, con pile di sostegno in muratura per una lunghezza totale di 104 mt. Le sezioni dei ferri erano state calcolate e ottimizzate secondo moderni metodi di Scienza delle Costruzioni.




Danneggiato nel 1944-45 dai bombardamenti degli Americani, venne sostituito nel 1954 con quello attuale sempre in travatura di ferro. Il tutto fu eseguito in una notte facendo slittare sul lato destro il vecchio ponte appoggiato su una struttura provvisoria sulla quale fu poi smontato, accostando il nuovo ponte e imbullonandolo la notte stessa “con grande utilizzo di maestranze specializzate”. Ora il ponte del 1954 è anch’esso dismesso e sostituito dal nuovo realizzato in occasione del raddoppio della linea Milano-Lecco; entro il 2015 verrà però recuperato nell’ambito del progetto di pista ciclo-pedonale attorno al lago di Olginate.




Ispirandosi al lavoro della ditta napoletana, nel 1886 le officine lecchesi “Antonio Badoni” realizzano una analoga struttura reticolare su pile per la linea ferroviaria Lecco-Como, il ponte in ferro si colloca tra il Ponte Azzone Visconti (comunemente chiamato Ponte Vecchio) e il quartiere lecchese di Pescarenico.




I due ponti di Lecco si pongono in reciproco rapporto visivo dando vita ad un suggestivo dialogo tra Metallo e Pietra, nuovo e antico, costituendo una delle immagini emblematiche di Lecco e che sancisce il declino dell’Adda come via fluviale per il trasporto delle merci e delle persone in favore delle vie ferrate.




Testo del Luis (Inuit del Lario)
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lunedì 16 aprile 2012

PAGAIARE IN AVANTI (parte prima)


Pagaiare significa cercare un punto fisso in acqua e trasformarlo in spostamento del kayak. I colpi effettuati con la pagaia devono tramutarsi in manovre del kayak. Dalla pagaiata in avanti allo spostamento laterale, all’eskimo, bisogna sempre cercare di bloccare la pala nell’acqua come se la si conficcasse nella terra. Ogni volta che cercheremo di ottenere uno spostamento del kayak per mezzo della pagaia dovremo aver sempre ben chiaro questo concetto fondamentale.




La pagaiata in avanti è il colpo di pagaia che ci permette di raggiungere al meglio l’obiettivo di spostarci in avanti. Probabilmente sarà il primo colpo di pagaia che impareremo e… probabilmente anche l’ultimo che finiremo di imparare. Si dovrà cercare un punto fisso in avanti e lì cercare di fare scivolare il kayak. Nella sua reale applicazione saranno tantissime le variazioni al colpo ideale.




Correnti, vento, onde, instabilità del kayak e altre innumerevoli circostanze ci porteranno ad adottare un colpo che si allontanerà dal modello ideale. Ricordatevi sempre che nella catena acqua-pagaia-kayaker-kayak si dovranno limitare i momenti in cui possa venire sprecata energia.




In questo modo, attraverso gli arti inferiori, scaricheremo la potenza sul kayak e soprattutto sul puntapiedi per riuscire a spostare più efficacemente in avanti l’imbarcazione. Le braccia applicano sul manico della pagaia una coppia di forze: un braccio tira e l’altro spinge; cercate però di sfruttare al massimo, grazie alla torsione del busto, i grandi e forti muscoli dorsali. I punti di contatti con il kayak, premicosce e puntapiedi, spingeranno avanti l’imbarcazione mantenendola piatta sull’acqua.




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lunedì 9 aprile 2012

SULLE TRACCE DI ROALD AMUNDSEN. VIAGGIO A GJOA HAVEN.



Destinazione Nunavut. Nuovo territorio federale di amministrazione Inuit. Partenza alle quattro e mezzo del mattino. Mi ci vorranno otto aerei e oltre venti ore di volo per raggiungere la destinazione artica, e poi ritornare alla base di Charleston (S.C.) dopo dieci giorni. Lassù sulle sponde di una baia a forma di uncino, in un territorio immenso oltre il Canada, si trova Gjoa Haven. Il solo menzionare quel nome richiama la vicenda di una storia bellissima. Questo villaggio è stato fondato da Roald Engelbert Amundsen tra il 1903 e il 1906 durante un’epica esplorazione del passaggio a nord-ovest che sbalordì il mondo intero. Sorprese tutti l’impresa del vascello Gjoa per la sua partenza lampo, i mezzi limitati a disposizione, la passione negli animi dei sette esploratori, l’influenza benevola della sorte. Ed alla fine, il rocambolesco annuncio di Amundsen, dopo un’interminabile corsa in slitta lungo il fiume Yukon fino al primo telegrafo, in Alaska. Il gruppo di norvegesi passò in quella baia ben due inverni incontrando nelle vicinanze dei cacciatori Inuit e fraternizzando poi con loro e le famiglie. Così, per caso, si formò proprio allora una piccola comunità che ancora oggi vive, coi suoi milleduecento residenti, una quotidianità fatta di incontri, affettuosità e profonda umanità. Lì Amundsen imparerà da quella umile gente, a vestirsi come un Inuit, a cacciare e a pescare in ogni stagione, a usare con astuzia cani e slitte, a costruire l’igloo, a leggere i volti di neve e ghiaccio, a saper aspettare il momento propizio, e a comprendere le rotte iscritte dal vento sui mari di ghiaccio. Proprio lì, nel passaggio a nord-ovest Roald ritornava alle radici vichinghe per preparare la più grande impresa della sua vita: la conquista del polo sud (1911).




All’arrivo il piccolo aereo tocca la pista con un tonfo sordo, stiamo scorrendo veloci su di una superficie ghiacciata circondata a trecentosessanta gradi dal biancore artico. A bordo, siamo in cinque, e quatti quatti attendiamo l’attracco. Tutto va liscio. S’apre il portellone. “Welcome! Benvenuti!” Siete arrivati quasi in cima a tutta la terrestrità del mondo. Il sole vola basso sull’orizzonte, ed è lì che appartiene a queste latitudini, mentre i profili di oggetti e persone, bersagliati dalla luce intensa, s’accendono di bagliori che vanno subito ad evaporare nell’infinito candore. Mi aspetta Gerard nella gelida sala d’aspetto, un simpatico irlandese dal baffetto vispo che mi darà uno strappo al rustico alloggio di cui è il gestore. Il gelo è brulicante. Siamo a -40, e tra una folata e l’altra, il mirino della temperatura scorre molto più in giù. Facendo conversazione, mi racconta del luogo e della gente, mentre io rivelo lo scopo preciso della mia visita. Sono a Gjoa Haven per incontrare il nipote di Roald Amundsen, un certo Paul Ikuallaq che sarà anche la mia guida nei dintorni di Uqsuqtuuq (nome Inuktitut di Gjoa Haven che significa “un’abbondanza di grasso”). Con Paul, intendo esplorare i dintorni, incontrare la comunità, parlare del nonno, e capire da dentro e fuori quello che il norvegese ha imparato da quella gente che riesce a farla franca in quei luoghi così ostili. Gerard capisce allora che sono uno degli occasionali pellegrini che compaiono sulle traccia di Amundsen e della sua memoria. Lasciate le mie cose in camera, provo a recarmi al monumento dell’esploratore su di un promontorio di fronte alla baia. Inutile, quel frettoloso tentativo. Il freddo e il vento mi costringono a un rientro forfettario. L’equipaggiamento alpino non è sufficiente da queste parti. Devo trovare una soluzione con Paul, che senza dubbio potrà aiutarmi. E’ lui, la mia guida Inuit. Con il suo retaggio, e la mia ammirazione per il nonno, non può che esserci un buon feeling sin dall’inizio. L’indomani vado a casa sua e da subito faremo amicizia. Incontrerò la moglie, i nipotini e quasi tutta la famiglia. In un inglese sillabato pazientemente la signora Ikuallaq mi confesserà di essere nata in un igloo, e che lì faceva freddo, a pensarci bene, ma che stando tutti insieme si sentiva meno quel freddo. Finisce il racconto con una frase lapidaria, pronunciata da chi l’ha vissuta nei contenuti: sì, la natura può essere crudele. Mi vestiranno con alcune cose del figlio e poi scivoleremo via oltre la doppia porta di casa verso l’avventura dei ghiacci e di Amundsen. Prima tappa i luoghi dove i norvegesi hanno costruito i rifugi per vivere e per condurre lo studio scientifico del polo nord magnetico. Fotografo le placche commemorative e leggo con attenzione le notizie che riportano. Alla storia ufficiale si aggiungono le testimonianze di elders locali. Uno di loro è Bob il fratello di Paul. Penso di essere proprio sulla pista buona. Poco dopo, andiamo a fargli una visita nella sua casa di fronte alla baia. Entriamo, siede vicino alla finestra, ci saluta con un sorriso distaccato e prudente. Prende i binocoli e per un attimo guarda lontano parlando tra sé. “Ci sono i cacciatori di foche sulla banchisa, stanno seguendo le tracce della volpe in cerca di una preda…” “Fantastico” mi dico, sto davvero entrando nell’anima del luogo, nei suoi intimi meandri. Seguirà una lunga conversazione dove l’uomo aprendosi, riderà, farà battute, rivisitando con magnanimità la figura del nonno. Sunto dell’incontro, Amundsen si era comportato in modo amichevole con gli Inuit, c’era stato scambio reciproco, e anche loro avevano imparato dagli esploratori ricevendo oggetti utili. Alle parole dell’anziano, non posso fare a meno di pensare al Duca degli Abruzzi, a Cagni, Vittorio Sella e a tutti quegli italiani che nell’avventura artica avevano dimostrato la nobile dote della solidarietà, e dell’apertura mentale verso nuovi mondi. Del resto, lo stile di gestione del norvegese e quello del Duca erano stati simili. Non solo permettendo a ogni membro della spedizione di avere un certo spazio di libertà personale, ma anche perché si erano sporcati le mani come tutti gli altri. Rischiando di prima persona ed evitando protagonismi inutili o di protocollo. In cima al Sant’Elia in Alaska, il Duca degli Abruzzi era salito davvero insieme a tutti gli altri membri della spedizione. Evitando inchini e onori di rango. Sentendosi onorato tra quei compagni di viaggio, a cui porgeva un comando basato sul carisma e la forza delle braccia.




Riempito lo stomaco con qualche galletta ligure trafugata dal bagaglio personale, eccoci via di nuovo, in motoslitta all’inseguimento dei cacciatori sulla banchisa. A una crepacciata ci fermiamo, e Paul mi spiega che è lì che le foche affiorano per prendere una boccata d’aria rischiando di essere catturate. Con un arpione delicatamente saggia la consistenza della neve. Finita l’operazione, prendiamo la rincorsa con lo skidoo e saltiamo al di là di quei bordi di gelo mantecato. Andiamo avanti in una distesa che spazia mozzafiato a 760 gradi. Sparisce a distanza il villaggio con le sue ultime casupole. Passata una docile collina siamo veramente soli, in un mare che vaga tra una folgorante varietà di blu, celeste e bianco. Non so dove stia andando, cosa stia inseguendo, tutto sembra uguale e monotono, a tratti accecante. Il freddo mi imbavaglia lo sguardo, le mani si rifugiano dietro le spalle del conducente. Ma quella Vespa artica sembra saettare con una maestria e un’agilità che chiudendo gli occhi mi fa sentire in una viuzza di Genova. Il rumore è così familiare che si sta bene al sentirlo. Fa casa. All’improvviso una fermata brusca. Come dal nulla sono sbucati due cacciatori. Uno di loro è un uomo anziano in uno spesso parka fatto di pelle di caribou. Non parla inglese. Viene avanti levandosi un guanto e offrendomi la mano. A quella temperatura è un puro atto di coraggio. Ma il tipetto è a suo agio, ride, parla in Inuktitut con Paul. La caccia è andata a buca oggi, e ci riproverà domani. L’altro cacciatore è un insegnante di educazione fisica nella scuola locale. Scruta pensoso l’orizzonte. «A dieci o dodici miglia in quella direzione ci sono un gruppo di giovani con gli elders che stanno insegnando loro a come sopravvivere sul ghiaccio». Paul sorride. Sa bene quello che significa quell’esperienza. Sa anche che impareranno. Con l’indigena artic patrol ha per anni vagabondato lungo il passaggio a nord-ovest. Assieme a Dané, Metis, e altri Inuit, per giorni e mesi ha fatto spola da Resolute Bay a Cambridge Bay. Saliamo sulla motoslitta, s’avvia il motore. Il vespino riprende la corsa. Per un attimo, guardo la luce che adesso rosea bagna un lastricato di ghiaccio infinito. Per il freddo, riappendo lo sguardo. E dentro di me capisco, che per noi liguri il deserto di ghiaccio era stato da sempre il mare: con il suo richiamo muto e costante. Umbratile, lo skidoo alato dirige verso il tramonto. L’avventura nel Grande Nord continua.

Massimo Maggiari