"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 30 maggio 2011

IL PARASPRUZZI



L’utilizzo del paraspruzzi permette al kayaker di diventare un tutt’uno con il kayak, e soprattutto, di non far entrare acqua all’interno del pozzetto. Ai principianti, soprattutto per le prime volte, però può dare un senso di claustrofobia e si può evitare di indossarlo. E’ comunque un’attrezzatura importante: quando avrete superato le eventuali prime titubanze, vi farà sentire “ più sul kayak”… e finirete con l’indossarlo sempre.




Deve essere dotato di una maniglia di sgancio adeguata che possa essere facilmente azionabile sia in assetto normale che capovolti. Sul suo perimetro esterno c’è un elastico che permette di fissare il paraspruzzi al pozzetto del kayak. Questa operazione può sembrare laboriosa le prime volte: fissate prima la parte posteriore, poi la parte all’altezza dei fianchi, tenete premuto l’elastico con i gomiti e con le mani tirate la parte anteriore per chiudere ermeticamente il kayak. Ricordatevi di lasciare esternamente la maniglia di sgancio!




I paraspruzzi possono essere in nylon e in neoprene. Quelli in neoprene assicurano una migliore tenuta, sono caldi e il tubo, la parte stretta a contatto con il corpo, deve essere della giusta misura. Al contrario, in caso di caldo o nel caso in cui si preveda che più persone, anche di misure diverse, usino il medesimo paraspruzzi, è consigliabile utilizzarne uno in nylon. Va sempre indossato sotto la giacca d’acqua.




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giovedì 26 maggio 2011

LIBRI – IL LAGO DI COMO



Ai piedi delle Alpi, tra la Svizzera e la Pianura Padana, si trova il Lago di Como circondato da meravigliose vallate dai paesaggi incantevoli. Il Lario, più comunemente lago di Como, è un lago Lombardo naturale di origine glaciale, collocato nei territori appartenenti alle province di Como e Lecco. In questo libro fotografico, gli autori Nicola Narciso e Stefano Berbenni, entrambi lariani e compagni di studio universitario, hanno voluto immortalare con la loro macchina fotografica scene e paesaggi del loro amato lago.
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TITOLO: Il lago di Como
AUTURI: Narciso Nicola e Berbenni Stefano
EDITORE: http://www.blurb.com/
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lunedì 23 maggio 2011

L’AIRONE BIANCO MAGGIORE, UN NUOVO OSPITE IN PALUDE



E’ un airone di grandi dimensioni appartenente all’ordine Ciconiiformes, famiglia Ardeidae. Il suo nome scientifico è Egretta Alba. Ha piumaggio interamente bianco candido, collo lungo e zampe lunghe e nere. Il becco è nero con base gialla in primavera, completamente giallo durante il resto dell’anno. In periodo riproduttivo ha penne ornamentali sul petto e sul dorso, le “aigrettes”, più lunghe di quelle di Garzetta. Se ne distingue per il colore del becco e delle zampe, oltre che per le dimensioni (apertura alare di 150 cm contro meno di 100). Vola con il collo retratto a “S” ma, da posato, ha portamento più eretto degli altri aironi.




L’habitat riproduttivo è costituito da zone umide di grande estensione, anche salmastre. Nidifica in colonie con nidi collocati tra le canne. Per l’alimentazione, costituita da pesci e insetti acquatici, utilizza zone aperte con acqua poco profonda. In inverno si osserva anche in ambienti agricoli di pianura con campi arati e rogge. A seconda del tipo di preda utilizza varie tecniche di caccia, tra le quali: caccia da “fermo”, camminando, caccia “in volo con tuffo in piedi”.




Si riproduce nelle vaste zone umide di tutta l’Europa sud orientale. L’areale riproduttivo è attualmente in espansione e recentemente si sono verificate riproduzioni in vari paesi dell’Europa occidentale, Italia compresa. Nel nostro Paese e in Lombardia, è svernante regolare, più abbondante nel Delta del Po e nelle regioni lagunari dell’alto Adriatico. La specie ha cominciato a nidificare recentemente anche in Italia, dove si contano attualmente qualche decina di coppie (in continua crescita) di cui diverse in Lombardia. Nella regione il numero dei soggetti svernanti supera il centinaio solo nelle paludi del mantovano. Grazie a questa recente colonizzazione, in una garzaia del pavese è stata accertata la contemporanea riproduzione di tutte le specie europee di aironi.


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giovedì 19 maggio 2011

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (3)



La suddivisione dei popoli artici della fascia euroasiatica è assai complessa, poiché popoli diversi convivono negli stessi territori, gli insediamenti non hanno mai un’organizzazione unitaria, tanto da potersi definire una nazione e inoltre alcune popolazioni si sono stabilite in più punti della fascia artica. A distanza di pochi chilometri, vivono abitanti i quali ignorano totalmente la lingua dei vicini: questo plurisecolare isolamento non ha consentito quindi alle popolazioni artiche di coalizzarsi per opporsi agli invasori, che conquistarono l’intero territorio siberiano fra il 1583 e il 1642, raggiungendo la costa nordoccidentale del Pacifico. Quello dei Ciukci fu l’ultimo popolo che, grazie al coraggio e alla dedizione alla loro terra, seppe resistere alla dominazione dello zar, difendendo il terreno palmo a palmo e sottraendosi agli scontri diretti grazie a una straordinaria mobilità, dovuta alla maestria nell’uso di cani e slitte.


E’ comunque da riconoscere che, malgrado i metodi brutali di sopraffazione e di sfruttamento delle popolazioni native, i Russi ebbero un merito a fronte di popoli tanto eterogenei: una nuova lingua, quella russa, fu gradualmente usata dai nuovi sudditi, che poterono così intendersi attraverso una nuova lingua comune, così come la lingua inglese ha fornito all’India un mezzo di comunicazione tra le tante etnie che parlavamo mille diversi dialetti.




Vi è infine da ricordare un altro aspetto storico spesso ignorato dai libri: già nel 1600 la Siberia rappresentava una terra di confine e di esilio politico, dove spesso il numero dei deportati superava quello della popolazione locale. Alcuni prigionieri che riuscivano a fuggire, addentrandosi nei territori quasi inesplorati, talvolta trovavano rifugio nei villaggi. I risultati di ricerche, resi noti in epoca post-sovietica, dimostrano che nel lungo periodo di deportazione in Siberia si verificarono migliaia di incroci tra gli esiliati e le popolazioni indigene.



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lunedì 16 maggio 2011

NAVIGARE IN KAYAK DA MARE SUL LARIO (quarta parte)

L’ASPETTO TURISTICO

ramo di Lecco
Il Lario offre al kayaker un paesaggio unico nel suo genere per morfologia, ambiente e cultura. La costa è contraddistinta da una morfologia territoriale di tipo variegato: sul territorio si alternano dolci pendii erbosi, alte montagne con rocce dentate e pareti a picco dal sapore drammatico. Lungo i suoi 170 km di rive, il lago ospita ville con parchi di incredibile bellezza, ricche di fiori e piante esotiche: Villa del Balbianello a Lenno, Villa Carlotta a Tremezzo, Villa Melzi a Bellagio, Villa Mylius-Vigoni a Menaggio, Villa Monastero a Varenna.


Villa Balbianello

Il centro lago, all’incrocio dei tre “rami”, è il punto dal clima più mite e dal panorama più ampio: da qui si può ammirare una splendida vista su tutto il promontorio di Bellagio, sulla Grigna settentrionale, che domina la Valsassina, e, nelle giornate terse, sull’alto bacino del Lario incorniciato dalla catena alpina.


Alto Lario visto dal Triangolo Lariano

Il ramo di Como viene suddiviso idealmente in tre distinte aree: la prima risulta compresa tra la città di Como e il caratteristico paese di Moltrasio, la seconda assorbe il territorio tra Laglio e Nesso, mentre la terza si estende dalla punta di Balbianello alla famosa località di Bellagio. Proprio in quest’ultimo bacino ideale si tro va uno dei luoghi più caratteristici di tutto il territorio lacuale: l’Isola Comacina, che, date le modeste dimensioni, ricorda uno scoglio affiorante dall’acqua. Approdare con il kayak all’Isola Comacina, l’unica isola del Lario, è sempre un’emozione: il paesaggio è infatti ricco di fascino tutti i giorni dell’anno. L’isola, grazie agli splendidi resti romani che si aprono nel verde circostante in una gradevole armonia di forme e spazi, alla case dei pescatori e alle piccole chiesette di S.Giacomo e di S. Maria Maddalena, è riconosciuta come un luogo ricco di storia, d’arte, di tradizioni e di memorie con architetture e testimonianze che sfidano i secoli.


Isola Comacina
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sabato 14 maggio 2011

VERCURAGO-GERA LARIO E RITORNO 24/25 APRILE 2011 (2)



La mattina di Pasquetta il lago è una tavola, aria completamente ferma, si smonta la tenda, si stiva nuovamente tutto nei kayak e si riparte (ore 9:30) percorrendo la sponda ovest del lago. Spero di percorrere quasi il 50% del percorso di ritorno prima che inizi la Breva, ma mi sbaglio di grosso, verso le 11:00 già ci soffia contro in maniera sostenuta e ci costringe a pagaiare ben vicini alla costa per cercare un pò di riparo. Arriviamo a Menaggio già con un'ora abbondante di ritardo, ma dobbiamo pranzare. Alla ripartenza, poco dopo le 15:30, il vento è molto sostenuto e minaccia anche un temporale che per fortuna non arriva, ma tutte le imbarcazioni sul lago spariscono e noi impieghiamo più di un'ora a raggiungere Bellagio.





Visto che il vento non accenna a diminuire cominciamo a pensare di contattare qualcuno che possa organizzarci un eventuale recupero (e alla prima telefonata Happy si rende disponibile) ma continuiamo a pagaiare, non dandoci per vinti e continuando a ripeterci "adesso il vento dovrebbe calare".




Il vento finalmente cessa quasi di colpo e il lago acquista una calma surreale, completamente piatto, una leggera nebbiolina e totalmente silenzioso e deserto, sono le 19:00 circa e siamo nelle vicinanze di Oliveto Lario. Decidiamo di arrivare a destinazione anche se arriveremo con il buio.




Attorno alle 19:30 noto sulla sponda opposta del lago una strana striscia bianca che tende ad avvicinarsi, dopo dieci minuti ci troviamo sotto una pioggia scrosciante che fortunatamente dura solo pochi minuti.




Altre 2 ore di pagaiata, nella quiete totale, provati ma felici raggiungiamo Vercurago dove gli amici Max e Happy ci attendono, dandoci una mano nello sbarco. Sono le 21:30 e il GPS indica 102 Km percorsi.



Testo e foto degli “Enzi” (Inuit del Lario)

lunedì 9 maggio 2011

VERCURAGO-GERA LARIO E RITORNO 24/25 APRILE 2011 (1)



La domenica di Pasqua e il giorno successivo io e Roberta abbiamo voluto metterci alla prova su un percorso di lunga distanza, partire da Vercurago e percorrere tutto il Lario nella sua lunghezza, facendo campeggio nautico nella zona tra Colico e Gera Lario. Un percorso di circa 100 Km da fare in due giorni.




Domenica 24 aprile raggiungiamo la sede nautica del CK90 a Vercurago attorno alle 08:30, si scaricano i kayak e si stiva tutto il materiale necessario nei gavoni (tenda, sacchi a pelo, vestiario di ricambio sia per la sera sia per la navigazione - in quanto le previsioni meteo non sono del tutto favorevoli - acqua, e barrette varie) riusciamo a essere pronti per l'imbarco alle 09:30. Il percorso pianificato per la giornata è di 48 Km, stimando di riuscire a mantenere una media di circa 6 Km/h, ci vorranno 8 ore di pagaiata, e si decide di fare una sosta ogni 2 ore.




Nelle prime due ore arriviamo a Abbadia Lariana, complice anche l'assenza del Tivano, una rapida sosta di circa 30 min, e si riparte con destinazione Varenna che raggiungiamo in perfetto orario sulla tabella di marcia, sono le 14:00 e facciamo una "lunga" sosta pranzo di un'ora.




Alle 15:00 ci si imbarca e si comincia a sentire in maniera lieve la Breva che ci aiuta a mantenere la nostra media e dopo due ore sbarchiamo per l'ultima sosta in località Dorio, appena prima del promontorio di Piona.




Come aggiriamo il promontorio di Piona la Breva si fa sentire con tutta la sua forza e ci spinge velocemente verso Colico, ma ora comincia la parte più complicata, portarci verso Gera Lario che significa: vento al traverso e stare ben sottocosta per la moltitudine di kitesurf e windsurf che abbiamo di fronte. Alle 19:20 ben inzuppati dalle onde sbarchiamo su una piccola spiaggia di un campeggio appena prima del fiume Mera, piazziamo la nostra tendina ed è già ora di cena (costo campeggio per tenda e 2 persone 10,00 € tot.).




La zona non offre nulla a parte il ristorante del campeggio che si presenta bene e con la fame che ci troviamo è perfetto. Il menù a base di carne brasiliana è eccellente e abbiamo dovuto dire basta alle varie portate, con una spesa di 35,00 €/cad. Dopo cena decidiamo di andare a dormire per recuperare le forze che ci serviranno per tornare a Vercurago.



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Testo e foto degli “Enzi” (Inuit del Lario)

giovedì 5 maggio 2011

LA TROTA FARIO



Vive nelle acque limpide e fresche dei torrenti di montagna con elevate concentrazioni di ossigeno, non tollera temperature al di sopra dei 18 gradi ed è piuttosto sensibile all’inquinamento. Un tempo non era molto diffusa ed era costituita da popolazioni locali spesso assai differenti fra loro a causa dell’isolamento geografico tipico dei torrenti alpini. Il massiccio ricorso ai ripopolamenti ha fatto sì che tali caratteristiche si siano “diluite” in una molteplicità di caratteri, tanto che pescando su un torrente è frequente catturare individui anche molto diversi fra loro.




La trota fario è una specie molto ricercata dai pescatori dilettanti e questo rende inevitabile il ricorso ai ripopolamenti, anche se spesso si abusa di questa tecnica, poiché in alcuni casi la capacità di riprodursi degli individui presenti è più che sufficiente a sostenere la pressione di pesca. In questi casi il danno causato dal ripopolamento è dovuto al superamento delle capacità biogeniche del corpo idrico: se si supera il numero massimo degli individui che un dato ambiente è in grado di ospitare, questi non cresceranno (nanismo) oppure si verificheranno fenomeni di cannibalismo o di migrazione. Non è infatti un caso che ogni anno i pescatori professionisti nel Lario catturino da 1 a 2 tonnellate di trote fario, senza dubbio provenienti dai torrenti tributari. E’, o meglio era, possibile distinguere due ceppi distinti di trota fario, uno a nord della catena alpina detto “ceppo atlantico” e l’altro a sud delle alpi detto “ceppo mediterraneo”: il ceppo atlantico è più robusto, più facile da allevare e cresce più rapidamente ed è quindi stato preferito dagli allevatori per la produzione di materiale da ripopolamento. Il pesante ricorso ai ripopolamenti nei torrenti regionali nell’ultimo trentennio ha fatto sì che il ceppo mediterraneo sia da considerarsi praticamente estinto, o meglio ibridato con l’atlantico. Attualmente si sta producendo materiale selezionato presso il centro ittiogenico di Fiumelatte che viene utilizzato per ripopolare i torrenti provinciali. La trota fario è presente in tutti i torrenti provinciali, nel Lario e nell’Adda.




COME RICONOSCERLA:

Corpo affusolato lievemente compresso lateralmente.
Colorazione assai variabile, grigio – verde sul dorso, mentre i fianchi sono più chiari con chiazze nere (molto frequenti nel ceppo mediterraneo), e chiazze rosse più rare (bordate di bianco nel ceppo atlantico). I fianchi ed il ventre hanno colorazione bianca o gialla (decisamente gialla nel ceppo mediterraneo); inoltre sui fianchi compaiono una serie di grosse bande verdi - azzurre di forma elissoidale dette “macchie parr” ben visibili nei giovani ma anche nell’adulto nel ceppo mediterraneo.
Testa conica con occhi grandi, bocca grande posta appena sotto l’estremità del muso, nel ceppo mediterraneo è ben visibile una grossa macchia nera posta subito dopo l’occhio detta “macchia pre-opercolare”.
Pinna dorsale grigia con puntini neri, pinne pettorali, ventrali e anale di color grigio o gialle, presenza della pinna dorsale adiposa (tipica dei salmonidi).
Può raggiungere gli 80 centimetri ed i 7 - 8 chili di peso nei laghi, mentre nei torrenti raramente supera il chilo.
La trota fario può essere confusa con la trota iridea ma quest’ultima non presenta mai macchie rosse, macchie parr e ventre giallo.




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Tratto dal sito della FIPSAS di Lecco.

lunedì 2 maggio 2011

I POPOLI DEI GHIACCI DEL GRANDE NORD (2)



La popolazione più studiata, la cui cultura ha raggiunto il maggiore grado di adattamento alle difficili condizioni dell’Artico è quella degli Inuit (una volta chiamati Eschimesi - termine che deriva dal dialetto cree degli indiani Algonchini, che con disprezzo li indicavano con questo nome, che significa “mangiatori di carne cruda”). Da tempi remoti, attraverso lo stretto di Bering (che probabilmente in passato era ancora una lingua di terra che univa i due continenti), si sono diffusi in tutto l’areale Nordamericano, dall’Alaska alla Groenlandia. Lungo la fascia euroasiatica sono presenti altri popoli, il cui modo di vivere è assai simile a quello della razza Inuit.




La base dell’esistenza di tutte queste popolazioni presente degli elementi comuni: pesca, cattura degli animali marini, allevamento delle renne e spostamento per mezzo di slitte trainate dai cani. La prima attività è praticata da tutte le popolazioni artiche, la seconda e la terza sono in certo modo alternative, l’ultima è una specializzazione propria soltanto di alcuni popoli.





Se, percorrendo tutta la fascia artica in senso antiorario, assumiamo come Ovest la Lapponia e come Est la Groenlandia, possiamo disegnare una linea curva che indica l’area di allevamento delle renne, il cui sviluppo, maggiore a Ovest, diminuisce spostandosi verso Est. Al di là dello stretto di Bering, è il cane l’elemento familiare nella cultura degli Inuit, che vivono in una vera e propria simbiosi con questo animale indispensabile al loro sistema di vita. Nel caso dell’allevamento dei cani, possiamo quindi tracciare un’ipotetica linea il cui valore nullo, nel punto assunto come Ovest, cresce in direzione Est e risulta massimo oltrepassato lo stretto di Bering. Confrontando queste due linee su uno stesso grafico, si può notare che il valore maggiore di entrambe corrisponde indicativamente alla Penisola dei Ciukci: in questo territorio, infatti le popolazione dei litorali sono costituite principalmente da cacciatori e fanno grande uso di cani e slitte, mentre gli abitanti dell’interno sono prevalentemente allevatori di renne.


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