"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



lunedì 30 novembre 2009

IL PENDOLINO, UN TESSITORE LUNGO IL FIUME



Dal nostro kayak lo possiamo osservare mentre costruisce il suo elaborato nido sui salici del parco dell’Adda Nord. Appartiene all’ordine Passeriformes, famiglia Remizidae, uccelli di piccola taglia legati a boschi aperti, la cui dieta è prevalentemente insettivora. Costruiscono nidi molto particolari a forma di marsupio. Il suo nome scientifico è Remiz pendulinus.





Piccolo, lungo poco più di 10 cm.. Il maschio ha la testa e la nuca color grigio-chiaro e mascherina nera. La gola è biancastra. Anteriormente il dorso è castano chiaro. Parti inferiori da color grigio a crema. La femmina è simile al maschio ma ha una mascherina più ridotta e generalmente è più bruna. Abita in zone umide d’acqua dolce o salmastra; nidifica sulla vegetazione ripariale arborea in aree di pianura (soprattutto in saliceti entro i 200-300 m di quota). Si nutre prevalentemente di piccoli insetti e, in autunno e inverno, anche di semi.



In Lombardia nel periodo riproduttivo è più frequente nella pianura centro orientale, mentre in inverno è più diffuso, in quanto alle popolazioni locali si aggiungono contingenti provenienti da nord. Il Pendolino è una specie abbastanza selettiva nella scelta dell’habitat riproduttivo, per cui appare determinante per la sua conservazione il mantenimento della vegetazione ripariale ad alto fusto. Il nido ha una forma molto particolare: il Pendolino tesse infatti un piccolo sacchetto con ingresso laterale a tubo, che spesso pende da un ramo proteso sull’acqua.


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giovedì 26 novembre 2009

GROENLANDIA 2009


Groenlandia 2009.
La bussola verso il Grande Nord: un'attrazione irresistibile. Da Keflavik verso l'Islanda. Poi ad Est, al campo base di Tasilaq. Di Massimo Maggiari, 29 Settembre 2009.

"È apparso una notte di luglio. Era il mio messaggero. Non aveva né volto né ali. Una semplice voce nell'ombra. Con lui s'accompagnava il muso di un orso bianco, la sua espressione quieta. Era come se mi ascoltasse, aspettando una risposta. All'invito di quel silenzio, giungeva un mio sì. E a piccoli passi, il progetto di partire lontano. Destinazione: la costa est della Groenlandia".


Prima tappa. Keflavik. Attraverso l'IslandaL'Islanda è sempre una meraviglia da visitare. Fa rinascere una sensazione di piacere al primo impatto. Sempre vuota e libera dagli eccessi. E alleggerita dalla crisi... su di una rivista leggo che gli islandesi sono ritornati alle radici, al buon senso. Hanno lasciato la città e sono ritornati sulle coste, nelle anse, per i fiumi. La crisi li ha riportati ai luoghi e alle attività degli antenati. Fuori della capitale si mangia e si dorme sotto un tetto. Come pure si attende l'inverno preparando conserve. I negozi di lusso della capitale sono chimere lontane, e i cantieri fermi come giganti inceneriti al sole. Si è ritornati al mondo delle saghe, delle storie, dei canti. Del sano lavoro di tutti i giorni. Delle piccole cose sotto la neve e il vento. Senza brame o fame. Fino al sabato santo.

Kulusuk. Costa Est della Groenlandia. Calibra la virata il pilota della Icelandic Air, alla discesa guardo fuori dal finestrino, e sento l'emozione emergere fitta dal costato. Tra le nubi spuntano improvvisi gli scogli e poi le pareti sofferte di roccia. Qui la costa è sola e si perde all'orizzonte in mille frantumi. Galleggiano aleggiano tra le acque ribollenti di schiuma enormi blocchi di ghiaccio. Si trasmette un gelo per le ossa, che solamente al vederli, pare tutto vellutato di blu. Queste vette vaganti comunicano una presenza forte, a dir poco enigmatica. Mi chiedo: da dove vengono? Dove staranno andando? Con chi navigano? All'occhio che li intravede si mostrano così umbratili estatici... dispersi per le terre degli Inuit.La pista sterrata ci fa rimbalzare dai sedili al primo morso del carrello. Per fortuna, l'arresto è quasi tutto immediato. Sviolinato da un finale tutto freni e scricchiolii. Affioriamo dal portello in una giornata che è rinata al sole. Intorno siamo circondati da picchi e fiordi ancora tappezzati da macchie di neve. È uno scenario che sfida le consuete abitudini dei nostri sguardi. Ma con gentilezza, senza turbare troppo. L'aria risveglia dal torpore, più che altrove intensamente pungente. Dirigiamo con alcuni italiani al battellino rosso che ci attende presso il molo vicino all'aeroporto. Passiamo gli zaini e le borse, mentre si fa prontamente cordata insieme. Inutile mentirsi tra gli sguardi che si incrociano e le mani che afferrano. Siamo lontani da casa, un milione di miglia. In terra incognita. Attorniati da ghiacci e fiordi mai navigati nelle nostre anime. Il carico è completo. Passano pochi istanti d'attesa, e poi subito, il motore rantolante cerca strada. Con la giacca a vento ben abbottonata inizia il nostro viaggio di transfert alla meta. Sfrecciamo a saetta nell'oltre di quell'immensa cornice, che per noi è il cuore più selvatico del mondo.


Campo base. Tasilaq. Dopo due ore di spruzzi e salti, entriamo nel fiordo di Tasiilaq sfrecciando tra due scogli che segnano un passaggio d'entrata. Poco più in là i galleggianti di una rete rivelano la presenza umana. E ancora più in là, la pace di un'ampia insenatura ci attende. Vicino sulle riviere brillano mille fazzoletti di neve sparsa, mentre un drappello di iceberg vaga tra i solchi blu delle acque. Mi chiedo: saranno loro i discreti guardiani di questo luogo? Sulla sinistra il rombo di un elicottero ci annuncia il villaggio, le sue case, la sua gente (circa duemila). Intorno, gli edifici lentamente s'affacciano all'occhio come puntini aguzzi di colore rosso e blu che costeggiano varcano, scalano ovunque per quel ramo di costa. Sono leggeri aerei quei profili. Ispirano al cuore l'avventura. Accostiamo. Uno scoglio meno ostile ci fa da punto d'attracco. E finalmente terra quella che tocchiamo. Destinazione sollievo dopo un lungo viaggio. Incontriamo Robert Peroni (www.tuning-greenland.com) presso la "Red House", in cima alla prima collina. Sarà proprio lì, il nostro alloggio, con il nostro pane quotidiano. Si presenta con fare amichevole questo distinto signore, e un sorriso prudente. La sua storia rasenta il mito e ricorda tanto quella di Nansen, l'esploratore norvegese, padrino di Amundsen. Peroni, alpinista noto, e viaggiatore di wilderness negli anni ottanta, e oltre, deciderà di fermarsi lassù in quella terra che attraverserà ben dodici volte per l'Ice Cap. Al punto che farà della Groenlandia casa sua. Abbracciando quel continente di ghiaccio sempre di più, sposando anche una donna Inuit. Negli anni che seguiranno, costruirà pezzo per pezzo la Red House per invogliare visitatori da tutto il mondo ad avventurarsi in quell'angolo perduto di bellezza. Oggi lo chiamano eco-turismo ed è una risorsa economica importante per la gente del posto. Ma questo signore di Bolzano prosegue ben al di là di quella prima vetta. Peroni s'innamora non solo dell'aura magica dei luoghi, ma prende anche a cuore la gente che lì vive stimandone le antiche usanze. Le ragioni sono semplici. Gli Inuit sono da sempre pacifici, laboriosi, vigili all'ambiente. Non ho intervistato l'alpinista con carta e penna, né mi sono guarnito di videocamera a ogni minima occasione. Lo ammetto. Non ne ho avuto il coraggio. Perché mi è bastato essere ospite alla Red House per una settimana guardandomi in giro. Questo ho visto con i miei occhi. Peroni ha creato un saldo ponte col suo mondo di origine. Il Sudtirolo. Le spedizioni e le visite dall'Italia si susseguono senza interruzioni per tutto l'anno. Ma soprattutto ha creato un forte legame con gli abitanti di Tasiilaq. Molte delle persone che lavorano al suo centro sono Inuit. E molte bussano per cercare lavoro, per vendere qualcosa, o per cercare aiuto: praticamente tutti i giorni. Una mattina ho notato impressa la più squisita dolcezza sul volto di due anziane signore del luogo che lo venivano a salutare. Lo rivelo a Peroni che condivide, poi aggiungendo: "Sai quella signora al primo scalino, dall'espressione così amabile, è nata e vissuta in una casa di sassi e terra, in un villaggio sperduto lontano millenni dal nostro mondo..." Mi dico dentro: è quindi proprio vero che sobrietà dei modi e nobiltà d'animo s'accompagnano di pari passo. Un'altra mattina un signore anziano con un magnifico sorriso ha consegnato al signor Peroni delle piccole sagome di legno ritraenti la balena Narwhal. Si sono seduti, si sono parlati, e si sono scambiati le sculture dal lungo unicorno con della valuta. Allungata sul tavolo con massimo rispetto. E un sorriso più pronunciato che diceva all'anziano: quello che tu fai è importante. Ci nutre. Fa parte di noi. È un dono, di cui siamo grati. Di questi tempi, in cui tanto si parla di globalizzazione, scambi e interscambi, non si parla ahimé di buone maniere, e di quanto esse siano cruciali tra persone e mondi lontani. Per farli avvicinare. Ma stiamo attenti. Non sto parlando di formalismi ed etichette da salotto borghese. Sto parlando di un modo di fare che genera reciprocità e fiducia reciproca. Anche tra persone distanti generazioni. Perché antico, ri-vitalizzante e proteso al futuro. Un modo di fare che relaziona la nostra quotidianità al mondo, a tutto il mondo, compresa natura, animali, antenati. Da sempre. Questo ho intravisto in Peroni, un soffio di Sapienza arcaica che benignamente collega vite e luoghi (anche se lontanissimi) alla vita con la ELLE maiuscola. Al suo grande disegno. Quell'Anima mundi che tutti condividiamo e che nutre come l'aria tutta la creazione del pianeta. Pensate se a ogni respiro seguisse un gesto di gratitudine, come cambierebbe la nostra piccola vita. E non pensate sia utopia. Gli indiani Lakota terminano ogni loro cerimonia con una frase-preghiera "Mitakuye Oyasin/To All Relations". Un ringraziamento a tutto quello che sostiene il viaggio delle nostre vite. Consapevolezza profonda che non siamo soli. Neanche agli estremi poli del mondo. Ma siamo un intero universo che respira.




La guida danese. Alla "casa rossa" faccio anche la conoscenza di Olaf. Un danese alto e ben piantato che fa da guida per il mondo agli appassionati di kayak. Il suo gruppo deve arrivare fra tre giorni. A cena condividiamo le nostre storie sull'artico, i suoi protagonisti, e le sue vicende. Parliamo di Amundsen e del Duca delgi Abruzzi. Gli spiego la mia ammirazione sia per il norvegese che per l'aristocratico italiano. E lui mi rivela il personale apprezzamento per Vittorio Sella e le sue splendide foto, specialmente quelle della Georgia e del Caucaso. Ma ci inoltriamo avanti. Nei temi della durezza dell'ambiente artico e della sua sopravvivenza. Olaf ha cacciato con gli Inuit in diverse occasioni e periodi più o meno lunghi. Sostiene di aver osservato tre cose in quella gente così caparbia e diversa da noi. Innanzitutto, che sono creativamente pieni di risorse. Se una slitta si danneggia, o un cane si ferisce, loro trovano sempre una soluzione. E in qualche maniera, la spuntano sempre, anche in una tempesta di neve. In secondo luogo, quanto siano attenti all'ambiente intorno a se stessi. "Se c'è un animale nei paraggi ne avvertono la presenza di gran lunga prima di te". Questo lo posso confermare io stesso perché ho assistito in mare aperto alla cattura di una foca, appena affiorata per un attimo tra due iceberg. Terza cosa, aggiunge, hanno un gran senso dell'umorismo. Che li aiuta anche in mezzo al peggior Piteraq (una specie di bora artica) in cui possono incappare. Peroni racconta di come un visitatore tedesco sia rimasto sospeso a quattro o cinque metri da terra in quel vento, con la moglie che lo guardava terrorizzata. "Gli avevo detto di stare al riparo che era un vento molto forte, non mi ha creduto... È finito sospeso in aria per un bel po'. Il Piteraq può arrivare improvviso in qualsiasi stagione. Si spegne in una decina di ore. E poi tutto ritorna come prima". Credere a ciò che non si conosce a volte può sembrare folle o ingenuo. Ma il non prendere in considerazione la selvatichezza del luogo e del suo tempo può essere in questo contesto l'anticamera di una tragedia, peraltro annunciata. Secondo, il danese Olaf quello è il punto clou dello spirito artico (e qui cita Arctic Dreams di Barry Lopez). Quello che meno ci si aspetta può capitare improvviso in ogni momento. Bisogna quindi avere prontezza, forza d'animo, anche per la peggiore eventualità. La calma di un pomeriggio estivo può risultare a volte finzione, apparenza. Mentre al passaggio di un kayak un iceberg esplode in una sassaiola che getta mille aculei di luce blu.



Per i fiordi. Nei giorni che seguiranno passerò il tempo tra ghiacciai, iceberg e piste scoscese. I sentieri saranno ben diversi da quelli a cui siamo abituati ad altre latitudini. Solo povere tracce su ripidi pendii marcati a lunga distanza da segnali rotondi in pittura blu e gialla. Partirò alla mattina presto dopo colazione con lo zaino e il tamburo a tracolla. A tratti ancora tormentato dalla scomparsa di mio padre. Dopo essermi defilato dal villaggio, sfilerò via il tamburo dalla custodia e riprenderò la marcia al suo ritmo lento e cadenzato. Guarderò le mie mani con un senso di pietà. Per quello che hanno fatto e per quello che hanno omesso di fare. Lo so oramai. Il nostro operare è solo conquista parziale. A ogni mio passo riflettono sempre le ombre del giorno. Ovunque oblique. Sarò una creatura appartata e unica che lentamente avanza nel ventre della montagna. All'andatura s'accompagnerà intermittente il canto. Lontani gli iceberg punteggeranno di bianco il mare, come perle in un immenso arazzo cosmico. Il resto sarà tutto vento, silenzio, passaggio lento ritmico alleante. Progressivo entrare nella totalità del presente. Nella sua fibra più essenziale e profonda. Mi dico: qui in questi luoghi ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita Knud Rassmussen, il grande etnografo danese. O meglio il grande umanista degli Inuit. Quell'anima nobile che ha spiegato e illustrato al resto del mondo, l'artico e la sua gente. Tragicamente morirà per avere mangiato della carne di foca avariata. Qui, proprio qui, sono vissuti anche grandi sciamani come Sanimuinak, Kuuitse (sopravvissuto due volte da un attacco di orso) e lo stesso fiordo fu scoperto da un angakoq che lo riconobbe come luogo ideale per un insediamento umano. E qui ho camminato io per sette lunghe ore. Alternando tamburo e voce. Per arrivare fino alla vetta. Al suo lampo di cresta finale. In quella solitudine comparirà una guizzante ragazza danese. Bionda come il latte, tra gli spuntoni di roccia nero-scura. Così fresca e accesa di vita. Una vera figlia del vento, che perdutasi, aveva ritrovato la via col suono del tamburo. Qui ho capito che quel vecchio mondo di credenze e usanze forse, solo forse, non c'era più. Che gli spiriti del luogo parlavano ora altre lingue. Ma capivo anche che stava a noi il compito di reinventarlo quel passato magico, e farlo in qualche modo rivivere. Sì, farlo ri-vivere, ancora una volta: col suono, la voce, la poesia e il canto. Farlo ri-vivere come un'arte che risveglia senzazioni profonde, che ritualizza i nostri gesti nella verità del bello. Importante sia questo come un comandamento o una missione. Vero transito obbligatorio dell'anima al cuore. Per rilanciare un significato alla vita anche quando ci sfugge. Con un sorriso.



Massimo Maggiari (Genova, 1960) insegna Lingua e Letteratura Italiana all'Università di Charleston, in South Carolina. Lì organizza anche un Festival di poesia italiana. Ha pubblicato raccolte di versi, scritti saggi e recensioni su diverse riviste di italianistica. Nel 2008 ha pubblicato il libro Dalle terre del nord, alla ricerca dell'anima artica (Vivalda editore), nato da una serie di viaggi compiuti intorno al Circolo Polare Artico, dall'Islanda all'Alaska attraverso la Groenlandia e il Canada artico di Nunavut.
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lunedì 23 novembre 2009

LA PESCA SUL LARIO TRA PASSATO E PRESENTE (seconda parte)



Alla fine dell’Ottocento la specie di gran lunga più comune nelle reti dei pescatori del Lario era senza dubbio l’Agone. A quei tempi l’Agone rappresentava mediamente il 50% del pescato totale, con valori pari a circa 200 tonnellate annue. In una rivista di pesca del 1891 è riportato che in quell’anno il pescato di agoni nel Lario ammontò a 235 tonnellate. La popolazione di Coregone, a quei tempi non aveva ancora sviluppato per intero il proprio potenziale, essendo stato introdotto nel Lario da pochi anni soltanto (la prima felice immissione del Coregone lavarello nel Lario risale al 1885). Curiosamente, secondo alcune testimonianze, il “primo” Lavarello del Lario, quello presente nei primi decenni successivi alla sua introduzione, mostrava qualche sensibile differenza rispetto alla forma attuale. R. Monti, in una ricerca sull’alimentazione dei pesci nel Lario del 1924, afferma infatti che “nel Lario oramai non sono rari gli esemplari di coregone che raggiungono il peso di 3,5 kg. Quest’anno furono catturati esemplari il cui peso si avvicinava ai 5 kg.” Attualmente la taglia del Lavarello non raggiunge simili dimensioni e gli individui di peso superiore al chilogrammo costituiscono già un’eccezione. Trovare i motivi di una simile modificazione è piuttosto difficile. Una recente (e affascinante) teoria attribuisce la progressiva diminuzione della taglia dei lavarelli del Lario alla selezione genetica operata per decenni dalle reti da pesca. La maglia attualmente adottata dalle reti per i lavarelli ha infatti una misura (35 mm di lato) più piccola di quella in uso nei primi decenni del secolo scorso, e tale da catturare precocemente i soggetti a più rapido accrescimento, favorendo la riproduzione degli individui di dimensioni minori. Anche se i dati precedenti, riguardanti il pescato degli ultimi anni dell’Ottocento, sembrano testimoniare una situazione di ricchezza e abbondanza, le prime avvisaglie di un forte calo delle produzione ittica apparvero proprio in quel periodo.

Un’apposita Commissione nominata agli inizi del Novecento per svolgere un’inchiesta sulla pesca nel Lario, iniziava con queste parole il lungo lavoro: “E’ un fatto certo, indiscutibile, constatato dai pescatori di professione e da chiunque peschi anche raramente e a solo scopo di diletto, che la pescosità del Lario è immensamente diminuita in questo ultimo decennio, e va di anno in anno rendendosi vieppiù scarsa”. Tra le cause allora individuata per dare spiegazione al declino del pescato troviamo alcuni fenomeni che ancora oggi vengono indicati come responsabili di gravi danni alla fauna ittica: “I battelli a vapore che distruggono il novellame e sconvolgono le uova sulle rive in tempo di frega, gli stabilimenti industriali sparsi sulle rive del Lario che scaricano strani prodotti chimici causa di forte sterminio, la costruzioni di sbarramenti senza la prescrizione di scale di monta per i pesci, la graduale soppressione delle spiagge ghiaiose a lento declivio, luogo di frega fondamentale per molte specie ittiche, per destinarle alla costruzione di ville, e soprattutto le irrazionali modalità di pesca, quali la cattura del pesce durante la frega e di taglia inferiore alla maturità riproduttiva”. Agli inizi del secolo la situazione andò quindi peggiorando e spinse nel 1910 A. Ricordi a scrivere un libro intitolato La fine della pesca nel lago di Como, dove si afferma che in quegli anni numerosi pescatori di Dervio, Onno, Bellagio e Lecco lasciarono le loro terre per trasferirsi sul lago Maggiore e sul lago di Lugano in cerca di maggiore fortuna. Alcune misure restrittive vennero applicate (divieto della rete denominata “bedina”) e il controllo divenne più rigido, ma negli anni ’20 la situazione si presentava ancora critica. Lo stesso R. Monti nel suo libro del 1924 La limnologia del Lario sottolinea la marcata diminuzione del pescato di agoni, “sia per la pesca sfrenata, sia per ripetute epidemie che fecero biancheggiare di cadaveri le acque del Lario”. Tali epidemie, secondo il Mazzarelli, furono dovute a infezioni causate da mixosporidi e decimarono la popolazione di Agone al punto che anche per questa specie si fece ricorso alla riproduzione artificiale.


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giovedì 19 novembre 2009

Flaghéé “LE BANDIERE DEL LARIO”



Enzo Santambrogio e Davide “Birillo” Valsecchi hanno portato ad oltre 6000 metri le bandiere realizzate dai ragazzi del setificio di Como ed adornate dalle poesie in dialetto comasco: «Siamo gente nostrana in giro per il mondo, è con la lingua dei nostri vecchi che chiediamo al vento di dare voce alle preghiere dei nostri giovani».
Ora i “nostri” si prefiggono una nuova avventura e ad aiutarli in quest’impresa una figura leggendaria del kayak: Andrea Alessandrini. Ora settantenne è stato 7 volte campione italiano kayak e 5 volte campione del mondo come costruttore kayak da competizione, un autorità nel mondo della nautica a remi che per passione ancora progetta rivoluzionari prototipi. L’obbiettivo è compiere il periplo del Lago di Como su di una canoa polinesiana a remi adornata dalle bandiere di tutti gli stemmi dei Comuni del lago: i Flaghéé, le bandiere del Lario.
I due assesi utilizzeranno infatti una canoa polinesiana a quattro posti, irribaltabile ed irrovesciabile, progettata da Alessandrini per chi, senza esperienza o affetto da disabilità fisiche, vuole avvicinarsi in piena sicurezza al mondo della canoa. L’equipaggio risalirà lungo le sue sponde raccontando giorno per giorno la loro avventura tra le meraviglie della natura, della storia e della cultura lariana portando con loro il messaggio di unione ed appartenenza simboleggiato dalle oltre 40 bandiere riunite in un’unica ghirlanda.
Al termine del loro viaggio saliranno sul Monte San Primo, la montagna più alta del Triangolo Lariano, e con una piccola cerimonia esporranno ai venti del lago la ghirlanda di bandiere così come hanno fatto in Himalaya. Giovani e anziani, abili e diversamente abili insieme per portare le bandiere della nostra terra attraverso il lago e le nostre montagne, insieme perché i nostri venti, la Breva ed il Tivano, diffondano per il mondo le preghiere lariane.
«In 3 mesi abbiamo percorso oltre 3500km attraverso l’India, oltre 400km a piedi salendo fino a 6000 metri di quota per portare le bandiere di Como quanto più in alto potevamo. Questo è stato il nostro recente viaggio. » - racconta Davide - «Ora giochiamo in casa, abbiamo davanti a noi solo i 160km in canoa del periplo del lago ed i 1600metri del Monte San Primo ma la vera sfida sarà superare le distanze tra la gente e dare voce allo spirito del nostro lago. Sarà un grande viaggio! »
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www.cima-asso.it/flaghee/
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lunedì 16 novembre 2009

LA PAGAIA DA MARE

In linea di principio, il metodo usato per scegliere una pagaia da fiume vale anche per la pagaia da mare: il kayaker, tenendo l’attrezzo al proprio fianco verticalmente, dovrebbe riuscire a raggiungere la sommità con le dita della mano piegate ad angolo retto. Per l’utilizzo in mare, in verità, la pagaia deve essere più lunga di circa una spanna, cioè di devono aggiungere circa 30 cm alla lunghezza misurata col metodo descritto.

Quando le pale sono disposte a 90° l’una rispetto all’altra, la pagaia si dice a pale incrociate. Questo tipo di attrezzo, a seconda della mano attiva del kayaker, può essere “destro” o “sinistro”. Quando le pale giacciono sullo stesso piano, invece la pagaia si dice dritta. Il primo tipo di pagaia richiede una rotazione alternata delle pale durante la voga per poterle immergere correttamente in acqua.



Le pagaie più diffuse tra i kayakers moderni sono quelle a pale incrociate, mentre le tradizionali pagaie groenlandesi sono dritte, cioè hanno le pale disposte sullo stesso piano. Quale tipo scegliere? Noi non abbiamo dubbi: se gli antichi abitatori dei grandi ghiacci avessero voluto dotarsi di pagaie a pale incrociate, lo avrebbero fatto senza problemi. Sono tanti i vantaggi offerti dalle pagaie groenlandesi (minor affaticamento nei lunghi percorsi, ridotto effetto vela in presenza di forte vento da prua, maggior facilità nell’esecuzione degli appoggi istintivi, possibilità di effettuare diverse manovre a pala lunga, etc…) che viene spontaneo chiedersi perché non siano le più diffuse tra i kayakers moderni. Una bella domanda. Forse è solo questione di abitudine.


Una buona pagaia da mare deve possedere alcuni requisiti fondamentali. Innanzitutto deve essere robusta, per ovvi motivi, poi deve essere leggera, per consentire al kayaker di pagaiare per molte ore di seguito. Non troppo, però, dato che deve mantenere una certa inerzia durante la pagaiata in avanti. Il manico deve essere abbastanza rigido, e in tal senso è ideale la fibra di carbonio; l’alluminio è sconsigliato, ottimo anche il legno. Il kayaker deve poter impugnare la pagaia comodamente, e a tal scopo il manico deve essere di sezione leggermente ovale in corrispondenza dei punti di presa, il che aiuta anche a individuare la posizione delle pale rispetto all’impugnatura.



Le pale possono avere superfici piatte, curve o a cucchiaio, con profilo squadrato, curvilineo o asimmetrico. Inutile sottolineare che la configurazione delle pale è un fattore di estrema importanza. Per minimizzare le turbolenze, esse devono immergersi dolcemente in acqua, senza provocare spruzzi. Ogni spruzzo che si produce significa energia che si perde. Le pale più efficienti sono quelle a cucchiaio. Tale conformazione garantisce una maggiore propulsione, ma è troppo marcata e tende a provocare molti spruzzi. Per quanto riguarda il profilo, quello curvilineo – e ancor più quello asimmetrico – consente alla pala di immergersi piuttosto dolcemente.





Con vento al traverso, una pagaia provvista di pale lunghe e sottili è meno soggetta alle raffiche. Questo perché viene immersa con un angolo più acuto, perciò resta con la pala inattiva più bassa sulla superficie dell’acqua. Con vento in poppa, la pagaie groenlandesi beneficiano dell’effetto vela dovuto alla maggior esposizione della pala inattiva, il che favorisce la progressione. Col vento al traverso, invece, questo tipo di pagaia offre una minima resistenza all’aria, a tutto vantaggio della stabilità. Così non è col vento contrario, per quanto sia modesta la resistenza. Occorre aggiungere che l’uso della pagaia groenlandese, eliminando l’esigenza di ruotare il polso della mano attiva, riduce al minimo il rischio di insorgenza di tenosinoviti all’avambraccio.



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giovedì 12 novembre 2009

LIBRI - SOLDI SUDATI




«C’erano tre categorie di contrabbandieri: alla prima appartenevano quelli che ci mettevano i soldi e pagavano il sacco; erano pochi e ricchi... Della seconda facevano parte i capi: decidevano il percorso, si incaricavano del trasporto della merce e del reclutamento… La terza categoria, la più disagiata, era quella degli spalloni: portavano sulle spalle per chilometri sacchi del peso di trenta, trentacinque chili. Paragonabili ad animali da soma, facevano grandi fatiche e rischiavano dalla galera alla pelle».

Comincia così il racconto di un anonimo contrabbandiere laghée nel libro Soldi sudati. L’autrice è Lucia Sala, appassionata di storia lariana, che a Bellagio è nata e vive tuttora. Collezionista di vecchi oggetti della vita quotidiana, curiosità, piccoli utensili da lavoro di valore etnografico che hanno trasformato la sua casa in un vero e proprio museo. La preziosa collezione etnografica è divenuta meta di visite guidate, per turisti alla scoperta degli aspetti più autentici e nascosti del territorio. Vincitrice di concorsi di poesia dialettale, nel 2006 Lucia ha compendiato i risultati di anni di personale e spontanea ricerca nel volume Tacàa al fööch, ricco di racconti sulla vita quotidiana del passato tra lago e montagne raccolti dalla viva voce dei testimoni. Tanta passione non poteva mancare di incrociare l’esperienza storica del contrabbando, “mestiere” tipico, sulle sponde del Lario e non solo, grazie al quale si sbarcava il lunario o si sognava un maggior benessere negli anni tra il Ventennio fascista e il boom economico. Al centro della ricerca sono i territori di Lezzeno, Plesio e Bellagio, nei quali l’autrice ha realizzato sedici interviste a protagonisti e testimoni dei fatti: capi, spalloni, rematori, autisti, semplici spettatori. Tra gli anni ’30 e gli anni ’70 del Novecento, Lucia Sala ha inseguito i fatti e le loro ragioni: le motivazioni di un’esistenza rischiosa sul filo di rasoio del “confine”, legate alle condizioni di vita, ai bisogni ed alle aspirazioni di un’epoca di povertà. L’indagine, corredata da 70 foto, approfondisce il ruolo dei “rematori” che assicuravano il trasporto sul lago delle “bricolle” con i “barchitt”, mentre i percorsi sono ricostruiti nelle 16 mappe che accompagnano le singole interviste. Si parla di Valle di Muggio, Valle Intelvi, Triangolo Lariano, Val Morobbia, Val Cavargna, Valle Albano, Val Menaggio: dove si macinavano decine di chilometri per notte pur di salvare il carico.
TITOLO: Soldi sudati. Il contrabbando lariano dal ventennio fascista agli anni settanta nel ricordo di chi lo ha vissuto.
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AUTORE: Sala Lucia
EDITORE: New Press
192 pagine, 2008
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martedì 10 novembre 2009

II° CINEFORUM INUIT - 2009/10

Cari amici di kayak, dopo il successo del primo Cineforum Inuit dello scorso anno, eccoci a proporvi un secondo ciclo di film e documentari sul Popolo Inuit del Grande Nord.
Nato quasi per gioco dalla passione condivisa per il kayak, il Cineforum Inuit propone anche quest'anno pellicole vecchie e nuove che raccontano la storia, le tradizioni e le speranze di un popolo straordinario.
E' stato possibile inserire nel programma anche due pellicole gentilmente concesse dal Museo Nazionale della Montagna di Torino.
Come lo scorso anno le proiezioni si terranoo presso la sede del CCM, che ringraziamo per l'ospitalità, in Via al Ponte 5 di Castelletto di Cuggiono (Milano) alle ore 20.45 nelle seguenti serate:

Venerdì 20 novembre 2009 - Building a kayak (1967)
Venerdì 18 dicembre 2009 - Avik e Albertine (1992)
Venerdì 22 gennaio 2010 - Kabloonak (1994)
Venerdì 19 febbraio 2010 - The Journals of Knud Rasmussen (2006)
Venerdì 19 marzo 2010 - Inauditi Inuit (2006)

Quest'anno l'iniziativa ha ottenuto anche un inatteso e lusinghiero Patrocinio della F.I.C.T.

Il cineforum è stato pensato per essere itinerante. Se siete interessati ad organizzare proiezioni e serate presso il vostro circolo o nella vostra città, contattate Tatiana Cappucci, infaticabile mente organizzatrice dell'iniziativa, al seguente indirizzo e-mail tatiyak@tatianacappucci.it, sarà così possibile contribuire alla ulteriore diffusione della cultura dei popoli artici.
L'iniziativa ha già riscosso un successo paragonabile a quello della scorsa edizione: sono subito pervenute numerose richieste da altri circoli per organizzare serate di proiezioni a Roma, Nettuno, Messina, Palermo, Catania, Genova, Chioggia e Torino.
Sul sito di Tatiana potete trovare ulteriori informazioni e le interessantissime schede sinottiche dei film proposti:
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lunedì 9 novembre 2009

LA CANOA ESPLORA IL MONDO – XXII EDIZIONE




La rassegna video-cinematografica di kayak, canoa e rafting "La canoa esplora il mondo" é un importante momento di incontro annuale di tutto il mondo turistico ed esplorativo del kayak italiano. Durante la rassegna vengono proiettati, in una grande sala cinematografica di Milano, i video e le immagini delle più entusiasmanti avventure di fiume e di mare effettuate da kayakers di punta italiani e stranieri durante i loro viaggi e le loro spedizioni in giro per mondo. Vengono altresì invitati a presenziare i più forti atleti italiani di Kayak Olimpico Velocità e Fluviale che abbiano ottenuto risultati di rilievo nelle competizioni internazionali, come Olimpiadi e Campionati Mondiali.

La XXII edizione si terrà Sabato 14 Novembre 2009 alle ore 20:30, al Centro San Fedele in via Hoepli 3/5 a Milano.
Qui sotto potete leggere il programma della serata con i titoli dei filmati selezionati:
1° tempo
THE LORD OF THE NORWAY di Marcello Parmigiani
ALASKA di Livio Bernasconi
HIPS VOL. l di Francesco Salvato
2° tempo
CALIFORNIA DREAMING di Michele Ramazza
VLADI PANATO: IL MITO di Alessandro Leonori
ALLA SCOPERTA DELLE ISOLE IONICHE DELLA GRECIA di Mauro Ferro e Tatiana Cappucci
SUP ON THIS di Corran Addison
3° tempo
EMPIRE OF THE SAN di Gigi Rizzitelli
NELLA TERRA DEGLI ZULU di Dario Stanghellini
TEVA EXTREME OUTDOOR GAMES 2009 di Carla Decker
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giovedì 5 novembre 2009

LA BANDIERA E LO STEMMA DEL NUNAVUT

Per scegliere la bandiera del Nunavut è stato celebrato un concorso molto partecipato tra i bambini delle scuole e gli artisti del paese e la Commissione appositamente costituita ha preferito i colori oro, bianco e blu per simboleggiare le ricchezze della terra, del mare e del cielo; l’Inukshuk simboleggia i monumenti di pietra che guidano la gente sulla terra e contrassegnano i luoghi sacri per gli Inuit, in coloro rosso in omaggio al Canada; la stella polare, Niqirtsuituq, simboleggia la tradizionale guida dei naviganti, che rimane sempre fissa come gli insegnamenti degli anziani nella comunità!

Il simbolismo racchiuso nello stemma, invece, è molto più complesso: al centro domina un tondo che rappresenta il cosmo; nella parte inferiore l’inukshuk rappresenta l’amicizia e la qulliq, la lampada di pietra saponaria, la luce ed il calore della famiglia e della comunità; nella parte superiore le cinque sfere dorate rappresentano ognuna le proprietà di dare vita del sole quando, ondeggiando sopra e sotto l’orizzonte, illumina il giorno della nascita del Nunavut; la stella polare al centro rappresenta la saggezza incrollabile degli anziani; più in alto, l’igloo rappresenta la vita tradizionale e significa la “sopravvivenza”, ma simboleggia anche i membri dell’Assemblea legislativa che si riuniscono per il bene del Nunavut, con la corona reale sovrastante che rappresenta il Governo democratico del popolo del Nunavut e l’eguale valore di questo territorio con gli altri territori e province della Confederazione Canadese. I due animali sacri, tuktu (caribù) e qilalugaq tugaalik (narvalo), gli animali della terra e del mare parte dell’ecosistema del Nunavut, costituiscono il nutrimento per gli esseri umani. Nella parte inferiore dello stemma sono rappresentati la terra ed il mare, rispettivamente sulla sinistra sotto gli zoccoli del caribù e sulla destra sotto la coda del narvalo, e sono raffigurate tre importanti specie di flora artica. Il motto, scritto alla base dello stemma, recita “Nunavut Sanginivut”: Nunavut, la nostra forza!


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lunedì 2 novembre 2009

LA PESCA SUL LARIO TRA PASSATO E PRESENTE (prima parte)

Il Lario - “Foto di Felice de Paoli”
Tra le attività umane che si sviluppano naturalmente nei territori caratterizzati da un grande ricchezza di acque, un posto di primo piano spetta senza dubbio alla pesca. Il prelievo del pesce a scopo alimentare è pratica antichissima sulle rive del Lario e, anche se una ricostruzione precisa della pesca nel passato non recente è resa difficile dalla scarsità di documentazione sopravvissuta fino ai nostri giorni, possiamo comunque farcene un’idea grazie al alcune interessanti testimonianze scritte.


Cheppia

Senza dubbio nei secoli scorsi venivano catturati alcuni pesci che oggi sono totalmente scomparsi dalle sue acque. E’ il caso ad esempi di alcune specie migratrici, che potevano risalire il Po attraverso l’Adda, senza trovare il cammino sbarrato dalle dighe che ora interrompono il corso di tutti i nostri fiumi principali. Tra di essi ricordiamo la Cheppia, forma migratrice da cui deriva l’attuale Agone, specie stanziale nel Lario. La Cheppia era probabilmente presente nel Lario da maggio a settembre, mese in cui faceva ritorno al mare dopo essersi riprodotta nelle nostre acque. La più recente segnalazione sulla risalita delle cheppie fino ai grandi laghi subalpini risale alla prima metà del secolo XIX, quando Maurizio Monti ne attestò la presenza nel lago Maggiore.


Storione

E’ probabile che anche gli storioni potessero occasionalmente risalire nel Lario. Francesco Ballerini ne testimoniò così la presenza nel vicino Verbano: “L’anno 1609 fu sovente veduto nel lago Maggiore un pesce marino nominato sturione, stimato più di 400 libbre grosse (130 kg.)”.


Anguilla

Le giovani anguille in passato dovevano risalire numerose dall’Adriatico dirette alle profonde acque del lago, dove si accrescevano fina a raggiungere la maturità sessuale per poi ripercorrere il cammino inverso e migrare sino al lontanissimo Mar dei Sargassi per la deposizione delle uova. Già nel 1923, però, come riportato in una tabella sui pesci del Lario redatta in quell’anno da E. Pirola, vennero immesse artificialmente un milione di giovani anguille, a sostegno di una popolazione che, evidentemente, dava i primi segni di declino. Oggi, la presenza delle anguille nel Lario è strettamente connessa con le massicce operazioni di semina che vengono annualmente effettuate, essendo loro preclusa ogni possibilità di risalita naturale dal mare.

Trota di lago

Un’altra testimonianza sulla pesca lariana nel passato, che ci dà importanti indicazioni sulla fauna ittica allora presente, è raccolta nell’opera di Maurizio Monti, che nel 1846 descrive i pesci della Diocesi di Como. La trota di lago – scrive il Monti – era “copiosa e di carni gustosissime” e, nel mese di settembre in Alto Lago “si possono prendere più di 90 trote per mattina” mentre nel Lago di Mezzola “si presero colle gueglie in un giorno mille libre di trote (327 kg.)”. Oggi tale valore non è probabilmente raggiunto dal pescato annuale di trote, a testimonianza del declino subito da questa specie in conseguenza del peggioramento della condizioni ambientali del lago e dei suoi principali affluenti. Sempre il Monti ricorda che il Barbo veniva pescato “a cento libbre (33 kg.) e più per volta”, che “l’anno 1841 a Lezzeno e Lenno due pesche montarono per ciascuna a 3000 libbre (980 kg.) di pighi”, che “un pescatore di Carate l’anno 1835 sotto le mura di Como prese in un momento meglio di 200 libre (654 kg.) di alborelle” e che “l’anno 1832 la pesca del luccio rese cento zecchini a quei di Gera” (Monti 1846).


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