"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



giovedì 29 ottobre 2009

USCITE DOMENICALI INVERNALI IN KAYAK DA MARE SUL LAGO DI GARLATE

Lago di Garlate in inverno

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Con l'arrivo dell'autunno e l'accorciarsi delle giornate, si ripristina il classico appuntamento Domenicale dell'uscita in kayak mattutina sul Lago di Garlate (LC).

La prima uscita si terrà Domenica 1 Novembre e il ritrovo è fissato presso la sede nautica del CK90 a Vercurago (LC) alle ore 9:00.

L'uscita Domenicale partirà sempre dalla spiaggia di Vercurago e i percorsi saranno abbastanza brevi, circa una decina di chilometri (il giro del Lago di Garlate oppure escursione fino a Lecco e ritorno) in modo da essere di nuovo alla sede nautica per l'ora di pranzo.

Lo scopo di queste uscite, oltre al fatto di rimanere in allenamento durante la stagione fredda, è quello di un momento di ritrovo e di aggregazione anche con kayakers non iscritti alla nostra associazione. Infatti ricordo a chi non è del CK90, che le uscite Domenicali sono riservate ai soci per quanto riguarda l'uso dei materiali sociali (kayak, pagaie, spogliatoi e docce...) ma, per fortuna, le acque sono libere... e se qualche pagaiatore Lombardo e non, in autonomia, vuole farci compagnia ben venga!

Vi aspetto numerosi!

Per informazioni contattare Corrado (Nerrajaq) tel. 347-2913215
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lunedì 26 ottobre 2009

RECUPERI E SALVATAGGI

Stefano in appoggio alto

L’attività moderna di kayak da mare, pur prevedendo i salvataggi, non può prescindere dalla conoscenza dell’eskimo e degli appoggi. Rispetto all’attività fluviale si può affermare che, essendo più ampi gli spazi a disposizione per le manovre, si ha spesso la possibilità di effettuare anche colpi a pala lunga che, sfruttando una leva maggiore, hanno grandi possibilità di successo. Questo soprattutto se il kayaker utilizza pagaie di derivazione Inuit che, non presentando le pale incrociate e avendo facilità di presa per tutta la loro lunghezza, si prestano in particolare a questo tipo di colpi. Si parla di salvataggio quando l’uomo è in mare, quindi fuori dal pozzetto. E’ bene distinguere tra autosalvataggio e salvataggio assistito.


Uscita bagnata di Nerrajaq


L’autosalvataggio può essere effettuato grazie al paddle float, un galleggiante che si fissa a una estremità della pagaia, appoggiando poi questa a poppa del pozzetto, si ottiene un bilanciere che facilita notevolmente la manovra di risalita in barca. In alternativa si può eseguire l’eskimo. Per rientrare nel pozzetto si effettua una mezza capriola sotto il kayak, poi attraverso una spazzata, magari a pala lunga, si ristabilisce l’equilibrio. Con un valido sistema di svuotamento (una pompa di sentina), questa manovra permette di risolvere situazioni critiche in tempi molto rapidi.






Il salvataggio assistito è quello che prevede l’aiuto di uno o più kayakers del gruppo. Una volta in acqua, l’intervento del compagno può facilitare le cose, sia per la risalita, sia per lo svuotamento. I kayak da mare moderni, grazie alla presenza delle paratie stagne e al fatto che il ponte anteriore è di solito più alto di quello posteriore, possono essere svuotati con facilità anche in acqua ruotandoli e sollevandoli leggermente.





Le tecniche di recupero così come i salvataggi di qualunque tipo, devono essere provate e riprovate, coinvolgendo gli amici con cui si pagaia più spesso. E’ preferibile frequentare un corso per apprendere bene le diverse manovre utili ad acquisire un completo controllo del kayak. In seguito non resta che praticare assiduamente, magari partecipando alle manifestazioni che sempre più spesso vengono organizzate nella nostra penisola e all’estero.






Le ultime due foto ci sono state gentilmente fornite dalla cara amica di pagaia Tatiana Cappucci.
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mercoledì 21 ottobre 2009

DUE "INUIT DEL LARIO" SONO DIVENTATI ISTRUTTORI SOTTOCOSTA!!!

Bella foto di gruppo dei fantastici 9 fatta dal buon Luciano Belloni
I 9 nuovi istruttori, da alto sin: Luciano, Jacopo, Umberto, Felice, Vincenzo, Franco, Marco, Andrea e MarioDomenica scorsa, 18 ottobre 2009, a Porto Ercole (GR), è giunto finalmente a conclusione il Corso Istruttori Kayak Da Mare 2009 di Sottocosta, una splendida e stimolante esperienza iniziata nel mese di maggio. Gli aspiranti istruttori ammessi al corso erano 9, provenienti un po’ da tutta Italia: Vincenzo dalla Sicilia, Luciano e Jacopo dalla Toscana, Franco dalla Liguria, Umberto dalle Marche e 4 lombardi, tra i quali oltre a Marco e Andrea, due Inuit del Lario: Mario e Felice detto "Eppiluk", ovvero il sottoscritto.
Il corso è stato abbastanza impegnativo perchè gli argomenti trattati erano tanti e il livello di preparazione richiesto era alto. Abbiamo approfondito sia la tecnica dell’andare in kayak, che tutti gli aspetti legati all'insegnamento, le manovre di salvataggio e le nozioni base di primo soccorso, la lettura della costa e le carte nautiche, tecniche di marineria, meteorologia, attrezzature… e tanto altro.
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L’esito finale dell’esame è stato che Sottocosta si ritrova con 9 nuovi istruttori!!!
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Davvero un gran bel risultato, frutto di 5 mesi di boun lavoro dei formatori e degli studenti.
Approfitto di questa occasione per ringraziare, anche a nome di Mario, Sottocosta per quanto ci ha passato in termini di preparazione, stimoli e motivazione. Ringraziamo tutti i formatori per la grande professionalità, umanità e simpatia con cui hanno svolto il corso, così come tutti gli istruttori ed amici che hanno collaborato. Ringraziamo tutti i compagni di corso per l'amicizia e l'affiatamento. Personalmente, oltre naturalmente alla gioia di esser diventato istruttore di kayak da mare, sono contento di aver conosciuto così tanti nuovi amici, e onorato di essere entrato a far parte della famiglia di Sottocosta... davvero una bella esperienza!!
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Ecco che le nuove leve si impegnano a dare il loro -sostegno- all'associazione, qui rappresentata dal presidente Raymond Varraud. A destra il vice presidente Piero de Stefano e a sinistra Maurizio Consalvi, coordinatore dell'Accademia della Canoa FICT

lunedì 19 ottobre 2009

LIBRI - IL MERAVIGLIOSO UNIVERSO DEL GRANDE NORD




Per secoli l'Artico ha esercitato sull'uomo un fascino particolare, che lo ha spinto a esplorarne i mari e le terre e a voler conoscere la vita che si anima sopra e sotto i suoi ghiacci. Questo libro documenta la realtà di un luogo straordinario, in cui l'imponenza dei paesaggi, la bellezza della flora e della fauna e le tradizioni di popolazioni millenarie si fondono nella glaciale immensità dell'estremo lembo settentrionale della Terra.
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TITOLO: Il meraviglioso universo del Grande Nord
AUTORE: Marco Nazzari
EDITORE: White Star
pubblicato nel 2003, 224 pagine
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giovedì 15 ottobre 2009

SE L'EFFETTO SERRA FA FIORIRE LA GROENLANDIA




SE L'EFFETTO SERRA FA FIORIRE LA GROENLANDIA
L'isola dei ghiacci beneficiata dal cambiamento climatico

Articolo di Francesca Paci, "La Stampa" 13.09.2009

All'inizio del secolo scorso, quando Otto Frederiksen provava e riprovava a piantare semi nella terra brinosa di Qassiarsuk, un piccolo villaggio nel sud della Groenlandia, gli abitanti lo guardavano come un povero pazzo. Oggi, tra le casette rosse, azzurre e verdi con il tetto spiovente dove vivono una settantina di persone, sono spuntati broccoli, carote e zucchine. "Ci stiamo avvicinando alle condizioni climatiche dell'Europa settentrionale" ripete il figlio ultraottantenne Erik Rode Frederiksen, chiamato così in onore del leggendario Erik il Rosso, il Cristoforo Colombo vichingo che nel 986 approdò tra questi fiordi ancora vergini e li trovò verdissimi. I suoi discendenti scomparvero 300 anni dopo, vittime della glaciazione che avrebbe inghiottito l'84 per cento della Groenlandia ibernandolo fino ai nostri giorni. Il cerchio della storia si chiude: il surriscaldamento del pianeta, che avrà effetti catastrofici sull'umanità, regala ora agli uomini dei ghiacci il beneficio mai conosciuto della primavera."Alterazioni relativamente ridotte della temperatura possono in una prima fase risultare positive, soprattutto nelle zone estremamente fredde" spiega Bob Ward del Grantham Research Insitute on Climate Change della London School of Economics. Ieri mattina due navi commerciali del gruppo tedesco Beluga hanno annunciato d'aver attraversato con successo il mare Artico, il leggendario passaggio a Nord-ovest vagheggiato dagli inglesi sin da 1553, quando il condottiero di Sua Maestà Richard Chancellor si arenò tra gli iceberg e fu costretto a marciare a piedi nella tundra fino alla corte moscovita di Ivan il Terribile. Con la distesa di ghiaccio che fino a una decina d'anni fa bloccava la strada ai naviganti, l'impresa sarebbe stata impossibile."I cambiamenti climatici non sono un male per tutti, ci sono sempre vincitori e perdenti" osserva Alessandro Farruggia coautore con Vincenzo Ferrara del volume "Clima: istruzioni per l'uso" (Edizioni ambiente). Nella cittadina di Ilulissat, 4500 persone e 5000 cani da slitta all'ombra del Srmeq Kujalleq, il più grande ghiacciaio del mondo al di fuori dell'Antartide, sulla costa nord occidentale della Groenlandia, i fiordi sgombri come mai prima d'ora si sono riempiti di turisti. "Li portiamo in barca con noi tra gli iceberg" racconta il pescatore Karl Thumassen. Nel porto, incorniciato dalle abitazioni rosse e dal cimitero bianco affacciato sulla baia di Disko, ristorantini con i tavoli di legno servono prosciutto di foca e carne di tricheco. E pazienza se non durerà in eterno. Anche gli Inca, concordano i paleo-ecologi, non si sarebbero imposti come la più grandiosa civiltà precolombiana senza l'impennata della temperatura che nel 1100 alterò l'ecosistema andino per oltre 400 anni. Dopo secoli d'astinenza i groenlandesi si godono il loro posto al sole."I raccolti sono migliori, è vero, il sud del paese sembra rinato" dice al telefono il trentaseienne Mininnguaq Kleist, ex responsabile dell'ufficio d'autogoverno della Groenlandia annullatosi quest'estate dopo l'approvazione danese del referendum per l'autonomia. Oggi Mininnguaq, che gli amici chiamano Minik, si occupa di rapporti con l'Europa al dipartimento affari esteri, a pochi passi dal suo appartamento nel cuore trendy della capitale Nuuk. Anche qui, dove vivono un quarto dei 57 mila abitanti del paese, la terra ha cominciato a fruttare. "Coltiviamo patate, roba che 15 anni fa sarebbe sembrata una barzelletta" ammette lo scienziato Minik Rosign. Certo, parecchi sono tagliati fuori: difficile immaginare la primavera del remoto paesino di Kullorsuaq, 400 anime al centro di un'isoletta nel profondo nord, dove i medici fanno visita una volta al mese. "Il surriscaldamento penalizza l'entroterra dove le lastre di ghiaccio si assottigliano e i cacciatori non riesco a guidare le slitte come un tempo" continua Mininnguaq. Le aree polari sono coperte da permafrost, terreno ghiacciato con dentro carbonio, muschio, torba, metano, che, liquefatto, è impraticabile. Quelli che possono hanno cominciato a spostarsi nei villaggi di Narsarsuaq, Qaqortoq, Kangersuatsiaq, per dedicarsi alla pastorizia e offrire bed & breakfast ai turisti meno sofisticati.La Groenlandia ha i suoi tempi. Il ghiaccio che sfrangia i fiordi si scioglie meno rapidamente rispetto al mare artico, dove ha uno spessore massimo di 15 metri. Secondo l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il comitato scientifico delle Nazioni Unite incaricato dell'effetto serra, ci vorrebbero diverse centinaia di anni, forse un migliaio, prima di scongelarla completamente. Magari non succederà mai. Intanto però il presente è strategico, anche perchè anticipa l'accesso ai ricchissimi giacimenti di gas e petrolio finora assolutamente blindati."Stiamo lavorando molto bene, l'estrazione dello zinco è stata notevolmente agevolata dall'innalzamento della temperatura" ci spiega Nick Hall, amministratore delegato della Angus&Ross, la società britannica proprietaria della miniera di zinco Black Angel, una tra le più promettenti risorse nazionali insieme all'alluminio e al greggio della costa orientale su cui sventolano già le insegne della Chevron, della Exxon, della canadese Husky Energy. Scoperta negli anni trenta e scavata tra il 1973 e il 1990, la Black Angel, uno dei maggiori giacimenti del pianeta, è stata finora protetta da una parete invalicabile di ghiaccio. La Angus&Ross l'ha acquistata nel 2003, mentre i prezzi dello zinco schizzavano alle stelle, e nel 2006 due geologi hanno trovato un varco attraverso il South Lakes Glacier che si ritirava a vista d'occhio. Se il termometro cresce di un grado vicino all'equatore, qui ne guadagna almeno quattro. "Tutto merito del cambiamento climatico - concede Nick Hall -, ma in fondo è un ritorno all'epoca verde dei vichinghi". Nel villaggio di pescatori a ridosso della miniera, uomini e donne macellano le foche sulle rocce, ignari del passato lussureggiante dell'isola e incerti sul futuro."L'effetto peggiore dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia è sulla corrente del Golfo" continua Alessandro Farruggia. Il vecchio continente, distante tremila chilometri, farebbe bene a ricordarsene: "Il meccanismo funziona come un orologio, quando la corrente calda arriva all'altezza dell'Europa del nord si raffredda, il sale precipita, la corrente fredda e salata torna indietro. Se s'immettesse un flusso rilevante d'acqua fredda e dolce, il ciclo si arresterebbe compromettendo l'equilibrio climatico". E' già successo a dire il vero, milioni e milioni d'anni fa. Allora, in piena epoca glaciale, c'era un grande lago tra il Canada e il Nord Dakota. Quando la lingua di ghiaccio che lo conteneva si sciolse e una valanga d'acqua fredda e dolce confluì nell'Atlantico la corrente del golfo s'inceppò per 1100 anni. Come stavolta, ci furono vincitori e perdenti. Sostiene l'archeologo americano Brian Fagan che quel raffreddamento costrinse le genti del Mediterraneo a coltivare la terra, non potendo più raccoglierne i frutti, e gettò le fondamenta dello sviluppo mesopotamico. Corsi e ricorsi. Stavolta potrebbe essere l'umanità intera a soccombere. Intanto sulle tavole tra i fiordi della Groenlandia, si serve cotoletta di tricheco e insalata indigena. Alla salute di Erik il Rosso.

Segnalato da Marco “Eko” Ferrario.

Ilulissat .

lunedì 12 ottobre 2009

I “MISSOLTINI”: ANTICHE TRADIZIONI LARIANE

Se fossimo chiamati a redigere un elenco dei termini maggiormente legati alla tradizione lariana, una delle prime posizioni spetterebbe indubbiamente alla parola “missoltini”. Infatti, pur non esistendo notizie precise riguardo all’esatta origine e al momento storico in cui tale vocabolo venne coniato, da sempre questo sì è identificato in un prodotto alimentare derivato dalla pesca che fu di importanza strategica per il sostentamento delle popolazioni rivierasche lariane, dai tempi più remoti fino ai primi decenni di questo secolo.

Allora, era la pesca, attività influenzata da forti variazioni stagionali nell’entità del catturato, a porsi come principale fonte di proteine animali, integrando così i pochi prodotti che l’attività agricola poteva fornire. Si poneva però il problema di come conservare a lungo il pesce catturato in periodi di abbondanza. Era soprattutto il caso dell’Agone, specie ittica fra le più utilizzate a scopo alimentare sul Lario, che si avvicina a riva in grossi banchi, rendendosi facilmente catturabile, solamente durante i mesi di maggio e giugno, in occasione della riproduzione.


La soluzione più utilizzata sembra essere stata quella della salagione, pratica basata su regole empiriche, la cui applicazione sui pesci d’acqua dolce venne testimoniata in forma scritta gia nel XV secolo, nel Libro de arte coquinaria di Mastro Martino da Como. In verità, per gli agoni, non si trattava di semplice salagione: ad essa venivano abbinati l’essiccatura e un lungo periodo di pressatura, che avveniva dopo che gli agoni erano stati disposti all’interno di piccoli tini di legno. Quest’ultima operazione, oltre allo scopo di rendere il prodotto meno soggetto all’irrancidimento eliminando il grasso superfluo, aveva quello non meno importante di fornire ai pescatori olio lampante per l’illuminazione delle loro modeste abitazioni. Si trattava di un metodo di conservazione efficace pur basandosi su elementi semplici e naturali: le tre esse, dicevano i pescatori, il sale, il sole, i sassi.




Oggi, pur essendo nettamente migliorate le condizioni generali della popolazione, i missoltini non sono stati dimenticati; sulle rive del Lario sono ancora parecchi i pescatori di professione che si dedicano alla preparazione di questo prodotto cercando di seguire le tecniche e gli accorgimenti tramandati oralmente e via via perfezionati nel corso degli anni; la salagione e l’essiccatura vengono praticate con le medesime modalità di allora, mentre la pressatura avviene oggi in contenitori metallici a cui viene applicato uno speciale torchio la cui azione, di intensità regolabile, favorisce la perdita di acqua e grassi.





In seguito alla rivalutazione di tutti i prodotti alimentari tradizionali, anche la collocazione commerciale dei missoltini ha oggi mutato radicalmente; infatti, essi non rivestono più il ruolo originario che li ha visti per secoli comparire come genere alimentare di prima necessità, bensì hanno assunto quello di specialità gastronomica ad elevato valore aggiunto, che compare sempre più comunemente nei ristoranti e nei negozi di gastronomia più affermati.




Allo scopo di verificare le reali caratteristiche e la qualità del prodotto, l’intero processo di lavorazione è stato recentemente seguito controllando l’evoluzione chimica e microbiologica dei missoltini in tutte le loro fasi tecnologiche, a partire dal materiale fresco fino al prodotto finito. L’indagine ha rilevato, oltre a una notevole qualità nutrizionale legata in particolare alla componente lipidica, un’ottima situazione dal punto di vista igienico. E’ infatti da sottolineare la completa assenza di microrganismi contaminanti, tanto che la carica batterica totale va riferita esclusivamente a batteri alofili e a lattobacilli, la cui presenza è da considerarsi senz’altro positiva poiché, come avviene anche per gli alimenti conservati con metodologie più moderne, è indice di una buona conservazione.E’ stata quindi confermata anche su basi scientifiche una felice intuizione degli antichi abitatori del Lario; essi avevano capito, basandosi semplicemente sull’esperienza, che quella era per loro l’unica via possibile per sfruttare appieno le insostituibili risorse lacustri; per noi, oggi, i missoltini rimangono una gustosa testimonianza della vita e delle antiche tradizioni lariane.



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giovedì 8 ottobre 2009

PAGAIE TRADIZIONALI: LE ALEUTINE



Seconda lezione: LE ALEUTINE E DERIVATE


# Il profilo delle pale delle aleutine e derivate è generalmente lanceolato. Ne consegue che la larghezza massima della pala non si trova alla sua estremità, ma all’interno della sua lunghezza. A seconda di quanta distanza dall’estremità si trova il punto massimo di larghezza diminuisce anche la lunghezza del braccio di leva. Considerando che nella parte più larga della pala si ha una presa maggiore, riducendo la lunghezza del braccio di leva, riduciamo la fatica nella pagaiata. Se però teniamo conto che non abbiamo accorciato la pagaia, ma la parte estrema, se pur ridotta di superficie, fa anch’essa presa d’acqua, otteniamo così una resa anche maggiore. Teoricamente la migliore resa dovrebbe darla la pala lanceolata con la larghezza massima al centro della sua lunghezza, ma poiché la pala difficilmente entra tutta in acqua durante la navigazione, ritengo che la sua giusta collocazione sia ad un terzo circa della sua lunghezza.

Abbiamo costatato in questo modo la maggiore resa e minor fatica cambiando il punto di maggior presa, tenendo in considerazione una pala simmetrica con ambo le facciate convesse, come lo sono le pale groenlandesi. Il risultato è una pagaia di linea (profilo) aleutina, ma simmetrica come la groenlandese. I vantaggi che offre una pagaia di questo modello sono: maggiore resa nella propulsione rispetto alla groenlandese con minor fatica, minore vela al vento e migliore presa con la mano (anche piccola) negli eskimo. Gli svantaggi: va affondata di più negli appoggi; poco adatta nelle manovre di eskimo. Questo modello è il risultato della fusione dei pregi delle groenlandesi con i pregi delle aleutine.








# La vera aleutina però si differenzia dal modello sopra descritto per tre particolarità:
I° le pale sono disassate rispetto al manico. Significa che le pale della aleutina sono completamente arretrate, cioè il dorso di esse è in linea col dorso del manico (a volte le estremità sono più arretrate del manico).
II° le facce della pala non sono uguali; il dorso è convesso come per tutti gli altri modelli; mentre la presa è piatta (o concava) con al centro una nervatura longitudinale che dal manico va fin quasi all’estremità degradando in larghezza ed in altezza.
III° di solito sono più lunghe delle groenlandesi.
Abbiamo così una presa molto aggressiva che da una spinta eccezionale mentre la nervatura in rilievo funge da spartiacque e mantiene la direzione di marcia della pala. L’arretratezza delle pale aiuta molto a mantenere la sua posizione nella pagaiata.






Questo modello di pagaia è quella che può competere con tutte le pagaie tradizionali per la sua resa e per la poca presa di vento contrario.




Testo e disegni di Nicola “Niko” De Florio.
L’autore vive a Varese e dalle sue mani nascono le mitiche pagaie “AVATAK” http://www.avatakpagaie.com/
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lunedì 5 ottobre 2009

PAGAIE TRADIZIONALI: LE GROENLANDESI

Costruisco pagaie tradizionali in legno da circa 7 anni e, vorrei approfittarne per dare delle informazioni tecniche riguardo la loro forma, la loro resa, le loro misure ed i loro materiali. Poiché non vorrei si pensasse mi voglia fare pubblicità, non parlerò né di marchio né di nomi di pagaie. Questo articolo è sottoposto al parere della commissione preposta per la divulgazione.

Prima lezione: LE GROENLANDESI

# Il profilo delle pale delle groenlandesi è formato di solito dalla larghezza massima alle estremità per poi diminuire progressivamente fino al manico, magari mantenendo un piccolo sbalzo. A volte però la sua larghezza massima si protrae per circa metà della sua lunghezza per poi diminuire drasticamente fino al manico. Questo profilo rispetto al precedente offre maggiore presa d’acqua, ma la pala esterna sente più vento.



# La larghezza consigliata delle pale è compresa tra 70 e 90 mm.
Salvo richiesta particolare dell’acquirente si costruiscono solitamente pagaie con pale larghe 90 mm. perché offrono una buona resa nella navigazione turistica. Nelle manovre di eskimo però è molto importante che la mano del kayaker possa impugnare con buona presa l’estremità della pagaia e pertanto è consigliata una larghezza di pala proporzionata alla mano stessa.

# Lo spessore centrale piuttosto sostenuto delle pale conferisce maggiore robustezza alle pale stesse, ma rende più convesse le sue facciate. In questo modo diminuisce la presa in acqua in quanto essa scivola via più agevolmente.





# La lunghezza giusta di una pagaia, secondo le teorie di alcune associazioni di kayak tradizionale USA ed anche nord europee, dovrebbe essere pari alla distanza da terra a sotto le falange della mano del kayaker in piedi e col braccio teso in alto. Se così fosse, io che sono alto 164 cm. dovrei usare una pagaia lunga 204 cm. Una persona alta 180 cm. dovrebbe usare una pagaia di 226 cm. Greg Stamer, presidente dell’Associazione QAJAQ USA, mi fece costruire, per se, una pagaia lunga 222cm. e larga 75 mm. (lui sarà alto 175/178 cm.) Personalmente questa teoria la reputo valida solo per le operazioni di eskimo dove la maneggevolezza della pagaia corta può essere conveniente (soprattutto in piscina). Nella navigazione turistica il kayaker che usa una pagaia corta deve necessariamente fare un numero di pagaiate superiori a quello con pagaia lunga per mantenere lo stesso passo. Ciò è necessario quando la forza fisica non è sufficiente per reggere una pagaiata più ampia. Vorrei far notare a quei kayakers che sono convinti che necessariamente ogni particolare usato dagli antenati Inuit è per noi la miglior soluzione, che non è assolutamente vero. Teniamo presente che usavano kayak molto bassi rispetto ai nostri; che sicuramente le loro pagaie erano più pesanti delle nostre; che non andavano in kayak per escursioni programmate, ma per cercare con pazienza una preda; che loro avevano bisogno di essere più sciolti nei movimenti perché dovevano cacciare in kayak e che la pagaia di scorta non era certo divisibile.

Da tutte queste osservazioni, ognuno può definire le caratteristiche che deve possedere la sua groenlandese in funzione di ciò che ne vuol fare.





Testo e disegni di Nicola “Niko” De Florio.
L’autore vive a Varese e dalle sue mani nascono le mitiche pagaie “AVATAK” http://www.avatakpagaie.com/
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giovedì 1 ottobre 2009

LIBRI - IL TERRITORIO LARIANO E IL SUO AMBIENTE NATURALE



La pubblicazione di questo volume scaturisce dal desiderio di leggere l’ambiente del nostro lago attraverso la storia dell’uomo, inserito in modo dinamico negli elementi naturali che caratterizzano il territorio lariano.
Ecco perché gli aspetti fisici, vegetali, faunistici e antropici di questo angolo di Insubria vengono presentati nei loro intrecci e legami, svelando, così, trame stimolanti e, forse sorprendenti. Si tratta di un lavoro interdisciplinare trasfuso in una attenta sintesi, redatta da studiosi e tecnici che da anni operano sul nostro territorio, osservando, ascoltando, raccogliendo, fotografando, illustrando, leggendo e interpretando gli innumerevoli aspetti del reale e dell’immaginario.
La lettura di questo volume offre quindi un affresco completo dell’ambiente lariano, permettendo di essere introdotti in un contesto ricco di suggestioni e di fascino naturale.
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Titoto: Il Territorio Lariano e il suo Ambiente Naturale
Un'iniziativa culturale Amministrazione Provinciale di Como, 1995
Edizione: Nodo Libri
Pagine 270
Euro 33,57
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