"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



venerdì 31 ottobre 2008

LIBRI - L'ALTRA META' DEL MARE

A cura di Tatiana Cappucci e Laura Mandolesi

L’altra metà del mare segue di un anno L’altra metà del fiume. Questo racconta il mare, quello il fiume: entrambi sono stati scritti da donne canoiste. Ciascuno ha una propria dimensione. Il filo “azzurro e salato” che lega tutti i racconti è la passione per il mare e la voglia di solcarlo in kayak o in canoa; ma non solo: c’è il desiderio di trasmettere le emozioni provate, le scoperte fatte, le esperienze maturate; c’è poi la speranza di contagiare altre, di diventare sempre più numerose, di infondere lo stesso entusiasmo ad amiche, sorelle, madri; c’è anche l’amicizia, il rispetto, il coraggio, la paura, la capacità di mettersi in gioco e di divertirsi… il mare ci ha fatte conoscere ed al mare rivolgiamo un collettivo tributo.

L’altra metà del mare è dedicato alle donne che praticano con amore e passione questa attività… con l’augurio di essere sempre di più, al fine di colorare anche di rosa il meraviglioso pianeta azzurro.
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Aracne Editrice 2008 - 22,00 euro (ovviamente ben spesi)
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martedì 28 ottobre 2008

L’IMPORTANZA DEL NOME INUIT

Le problematiche che si configurano nell’attribuzione dei nomi riferiti ai popoli Aborigeni nel loro contesto nativo è fonte e causa di confusioni e ambiguità. Di fatto, gli occidentali hanno usato da sempre terminologie approssimative, se non decisamente offensive e volgari, per riferirsi alle Genti Native nominandole con termini dati e non con una auto-indentificazione che del resto è l’unico modo per relazionarsi ad altri essersi umani nel confronto reciproco. Un qualche chiarimento del significato di questa terminologia può essere fornito dall’uso strumentale del termine riferito alla popolazione per oggettivarne la condizione di colonizzati o inferiori. Così, va fatto riferimento, in questo caso al Popolo degli Inuit perché strutturalmente esse si sono confrontati con questa terminologia offensiva e hanno dato anche una risposta riconquistando la propria identità, non solo nominale, ma anche soggettiva.

Infatti il termine esquimese o eschimese (eskimo in inglese o esquimaux in francese) è stato il termine con cui si conosceva questo popolo fino ai primi degli anni del 1970. Questo era un termine deprecabile, entrato nel linguaggio europeo nel XVI secolo con intenti dispregiativi e ripreso dalla lingua del gruppo Algonchino, probabilmente gli Innu-Montagnais, che significa “mangiatori di carne cruda” o anche “quelli che parlano una lingua straniera”. Il termine algonchino cui si fa riferimento, nella variante occidentale, originariamente risuonava, wiyaskimowok. Questo termine è riferito genericamente alle etnie delle regioni artiche e sub-artiche che pongono la carne cruda con il suo sangue, congelata alle basse temperature, come alimento principale nelle diete dei cacciatori.
La parola plurale Inuit (al singolare Inuk e al duale Inuuk) semplicemente significa “esseri umani” o “gente”. Questo termine è stato utilizzato per distinguere se stessi dagli altri esseri sensibili o vitali: gli animali (uumajut), gli esseri invisibili (ijiqqat), gli Indiani Nativi di quelle aree (allait, itgilgit e unallit) e gli europei, indifferentemente detti qablunaat, qallunaat o tan’ngit. Il termine Inuit fu riproposto a livello ufficiale nel 1971 dalla Inuit Tapirisat of Canada (Associazione delle Fratellanza Inuit del Canada), di cui era allora Presidente Tagak Curley, che ama raccontare: “mi ricordo che uno dei funzionari governativi disse che non gli sembrava una buona cosa cercare di cambiare la parola esquimese, perché i Canadesi non avrebbero capito. Ma io dissi che in realtà questo non era un nostro problema. Essi impareranno abbastanza in fretta”.


In base a questa decisione di usare il nome Inuit, gli anglosassoni hanno cambiato da ESKIMO ROLL a INUIT ROLL il nome della affascinante manovra di auto-salvataggio che in italiano si chiama ESKIMO. A questo punto, per rispetto agli Inuit, dovremmo cambiare pure noi il nome, ma non sembra facile trovarne un alternativo! Si accettano proposte dai lettori di questo blog…

sabato 25 ottobre 2008

IL CAI E LA CARTA DEI POPOLI ARTICI

Un proficuo rapporto di collaborazione è stato siglato l’8 maggio scorso a Milano presso la Sede centrale del CAI (Club Alpino Italiano) durante un incontro tra il presidente del CAI - Annibale Salsa - e il direttore del prestigioso Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” di Fermo – Gianluca Frinchillucci – con il presidente dell’Associazione Circolo Polare di Milano – Aldo Scaiano. Scopo dell’incontro promuovere, sotto l’egida del Club Alpino Italiano e in collaborazione con il CNR-Polarnet e il comune di Fermo, il progetto “Carta dei Popoli Artici” nei diversi livelli di operatività, che ha ricevuto una medaglia quale importante riconoscimento dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Si tratta di un progetto di ricerca nelle aree polari artiche e subartiche che intende delineare il profilo antropologico e culturale delle popolazioni artiche con l’obiettivo di difenderne culture e tradizioni, legate indissolubilmente ai delicati equilibri ambientali, coinvolte e minacciate dal cambiamento climatico in corso, e nel contempo stabilire per mezzo di un continuo rapporto di interscambio culturale, proficui e duraturi rapporti di collaborazione a sostegno delle comunità locali. Il progetto è affidato a studiosi italiani e comprende spedizioni presso le popolazioni native per verificare e sperimentare, in collaborazione con l’Università di Camerino, le condizioni di vita nelle aree estreme.
Non va tra l’altro dimenticato che il nostro paese ha sempre rivolto notevole attenzione alle aree artiche, a cominciare da Francesco Negri, più di tre secoli fa, e proseguendo con Giuseppe Acerbi, Giacomo Bove, Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Filippo De Filippi, Vittorio Sella, Umberto Nobile, Silvio Zavatti, Guido Monzino e molti altri. Una gloriosa tradizione, quindi, di grandi esploratori e studiosi, che ha determinato l’odierna presenza del CNR con le sue basi di ricerca e di osservazione in queste aree estreme.
Info sul progetto: http://www.museopolare.it/ - http://www.circolopolare.com/

giovedì 23 ottobre 2008

IL LAGO DI ANNONE

Lago di Annone in autunnoE’ il più orientale e il più vasto dei laghi briantei, diviso in due bacini dalla stretta penisola di Isella – che penetra nel lago per quasi un chilometro – e, di fronte, dal promontorio su cui sorge il paese di Annone (LC). Il bacino orientale, più vasto – detto anche di Oggiono (LC) o in dialetto locale “ul laach”– e quello occidentale – “ul laghet” – presentano caratteristiche diverse sia morfologiche che ideologiche e risultano in comunicazione tra loro attraverso un breve canale profondo in media solo 1,5 metri e largo poche decine di metri. Nelle acque del lago di Annone si specchiano due importanti alture prealpine: il Cornizzolo (1240 m. slm) a nord e il Monte Barro (922 m. slm) a nord-est mentre, nella parte meridionale, il bacino è circondato dalle dolci colline della Brianza orientale che degradano nella pianura milanese. Come per altri laghi della Brianza (Pusiano, Al serio, Montorfano), la sua origine è dovuta ad escavazione glaciale e sbarramento morenico, ma geograficamente l’Annone è più legato al ramo orientale del Lario che non agli altri corpi d’acqua brianzoli. E’ alimentato da sorgenti che scaturiscono sul suo fondale e da alcuni torrenti di scarsa portata (tra cui il Molinatto, il Roncaglio, il Ceppelline, la Calchirola, il Pescone). Il suo emissario, il Rio Torto, esce dal bacino di Oggiono in comune di Civate (LC) e percorre la Valmadrera gettandosi nel Lario a nord di Malgrate (LC).

Lago di Annone in invernoLa flora e la vegetazione del lago di Annone sono quelle caratteristiche degli ambienti lacustri e palustri delle zone moreniche pedemontane. Uno studio botanico ha segnalato qui per la prima volta 7 specie considerate assenti dal territorio lombardo e circa 70 specie rare. Il particolare microclima umido delle aree immediatamente prossime al lago permette anche la presenza di alcune piante che normalmente sono caratteristiche di fasce altitudinali più elevate. Solo però in alcuni tratti delle sponde è possibile osservare integra la tipica successione della vegetazione naturale caratteristica di questi ambiente, laddove non sono alterati dai ripetuti e spesso dissennati interventi antropici. Più esternamente si incontrano prati umidi a nebbia blu, aggruppamenti arbustivi di ontano nero e una fascia di cariceti a carice alta. Nella parte occidentale del bacino sono presenti ancora alcune praterie torbose con la cannella delle torbiere (Calamagrostis canescens); in altre parti delle sponde, su fanghi recenti, invece si sono lembi di vegetazione pioniera a cipero nero e cipero dorato. In questi ambienti umidi è stata segnalata anche la presenza della pianta carnivora Utricularia vulgaris. Ma la fascia vegetazionale piiù caratteristica delle zone umide è il canneto a canna di palude e tifa, che si esprime con maggiore potenza nella zona del Sentiera di Isella (bacino Annone est) e del Pescone (bacino Annone ovest). Tra le piante acquatiche sommerse e a foglie galleggianti che si insediano nelle acque più basse si possono ricordare il millefoglie d’acqua, la ninfea bianca, in nannufaro giallo. Attorno alle acque e tra le canne vivono molte specie di animali. In particolare nei canneti presso il lago di Annone è stata segnalata un grande varietà di insetti, tra cui anche specie rare. Tra gli anfibi si può citare la rana di Lataste, endemica della pianura padano-veneta; tra i rettili va segnalata la Natrice, una biscia d’acqua. Particolarmente numerose sono le specie di uccelli acquatico-palustri, come lo Svasso maggiore, il Tuffetto, il Germano reale, la Gallinella d’acqua, il Porciglione, la Cannaiola, il Cannareccione, l’Usignolo di fiume, il Migliarino di palude, il Martin pescatore, il Tarabusino, la Nitticora e lo stupendo Airone Rosso.

Lago di Annone in primaveraIl lago di Annone in cifre.
Altitudine media: 224 m. slm
Superficie: 5,5 kmq.
Perimetro: 15,4 km.
Profondità media: bacino Annone Ovest 4 m. – bacino Annone Est 6,3 m.
Profondità massima: bacino Annone Ovest 10,1 m. – bacino Annone Est 11,3 m.

Le foto sono del caro amico Riccardo Agretti.
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martedì 21 ottobre 2008

LO SGUARDO NELL’ANDARE IN KAYAK

Nerrajaq a Lecco
In kayak è importante avere sempre un preciso punto di riferimento visivo: lo sguardo deve essere rivolto verso il punto che vogliamo raggiungere, anticipando la direzione che il kayak deve seguire.
Non è possibile mantenere una traiettoria dritta in un lago calmo, né navigare su un mare agitato dal vento se non si segue questa regola tanto elementare quanto indispensabile.
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Qaqatuq e Matilde a Marciana Marina
Se è bene guardare la propria meta, è altrettanto importante non rivolgere lo sguardo agli ostacoli: se fissate ciò che volete evitare, avete ottime probabilità di incapparci!
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Matilde all'isola dell'Elba .

sabato 18 ottobre 2008

LE ESPLORAZIONI NEL GRANDE NORD

Septentrionalium terrarum descriptio
Nell’Antichità Classica, la rappresentazione del “Nord” era associata al misterioso popolo degli Iperborei, che secondo gli antichi Greci viveva oltre i Monti Rhipei (presumibilmente gli Urali), dai quali prendeva origine “Borea” il vento del Nord o Mistral. Le leggende parlano di un popolo mite che viveva nelle zone settentrionali, abbondanti d’oro e di altre ricchezze (argento, quarzo, criolite) che dovevano essere difese dalla brama dei Grifoni. Gli Iperborei, dedicavano la maggior parte della vita al canto ed alle danze in onore del loro protettore Apollo, rappresentato dal disco solare, che con il suo carro trainato da cigni bianchi come la neve, periodicamente rendeva loro visita portando la luce. Durante il periodo di oscurità, essi dormivano. La mitologia li descrive come uomini calvi, con un occhio solo, con i piedi a forma di zampa di capra. Informazioni più complete anche se a volte ancora inesatte, ci giungono dai primi esploratori dell’Antichità, quali Pitea, astronomo marsigliese, che nel 325 a.c., attraversò le colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) e durante un viaggio di circa sei anni, raggiunse i ghiacci dell’Artico (presumibilmente la Groenlandia); Eratostene di Cirene che raccolse un insieme di informazioni abbastanza esatte su uomini, geografia e clima del Nord. Interessante il contributo di Claudio Tolomeo, che apportò nuove informazioni, integrò e corresse i dati raccolti da Eratostene. Tolomeo presentò i suoi lavori riprendendo la tradizione risalente al IV a.c., che associa i tipi umani ai vari climi del pianeta: i nordici Iperborei o Sciiti, grandi, dalla pelle bianca, con capelli lunghi e lisci, effeminati e delicati grazie ai benefici del clima umido, contrapposti ai meridionali Etiopi, piccoli, neri, raggrinziti, con capelli crespi a causa del caldo. Nella sua “Cosmographia”, volume a stampa contenente tavole acquerellate, edito a Hulm nel 1482, Claudio Tolomeo illustra il mondo conosciuto nella sua epoca con dovizia di dettagli. Altre notizie utili provengono da Pirro Logorio, in “Delle Antichità”, volume manoscritto cartaceo con copertina in pergamena, datato 1568-69 circa, e dalla “Geographia Blaviana-Artica” volume a stampa con tavole acquerellate, pubblicato ad Amsterdam nel 1662. Una interessante raffigurazione della regione artica secondo la visione medioevale che riteneva l’area del Nord Polare costituita da quattro territori (o isole) divisi da altrettanti quattro canali (o fiumi) che circondavano il lago Polo Nord è la carta “Septentrionalium terrarum descriptio” (1569) di Gerard Mercator.

Guido MonzinoTra i numerosi esploratori italiani che hanno fatto dell’Artico una meta della loro esplorazioni, ne vanno citati tre, che sono fra quelli che in tempi ed in modi diversi hanno forse più stimolato la nostra fantasia: Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Umberto Nobile e il “lariano” Guido Monzino di cui va citata la frase: “Il ricordo di quel Tricolore e di quella Croce, deposti sul vertice del mondo, è la gioia più grande che riscatta ogni sofferenza”.

spedizione di Guido Monzino



www.inuitdellario.org

Abbiamo pensato che, per il suo primo compleanno, il nostro blog si meritasse un regalo... così gli abbiamo regalato un dominio tutto suo.
Da oggi potrete accedere al blog anche all'indirizzo:
www.inuitdellario.org
più semplice..no?!

giovedì 16 ottobre 2008

"INUIT DEL LARIO" COMPIE UN ANNO!!!

Oggi il nostro blog compie un anno di vita!!!...
E si... è già passato un anno. Tanti post sono stati pubblicati, tante cose sono state scritte, tanta gente è venuta a trovaci (ultimamente sono più di mille le persone che ogni mese, per volontà, per caso o per sbaglio finiscono sul nostro blog).
Questa ricorrenza è l'occasione per ringraziare tutti quanti.
Grazie a tutti!!!
Grazie a tutti quelli che ci sono vicini, che ci seguono, che hanno a cuore il kayak, la natura, gli inuit e l'amicizia.
Continuate a starci vicino, che le cose da dire e da fare sono ancora tante!!!

mercoledì 15 ottobre 2008

VENDETTA! VENDETTA!

Questa che leggerete è una storia di kayak, in altre parole 'di mare'.
Gli inuit vivono sul mare, sul mare cacciano e pescano. Se si ruba loro il mare, si segna la loro fine. Così era un tempo, e così ancor oggi è qui, nella baia di Angmagssalik, dove si svolge questa storia.
E' stata raccolta, nell'aprile del 1937, dalla viva voce di un Inuit da Paul Emile Victor, esploratore ed etnologo francese che ha studiato gli inuit di Angmassalik raccogliendone gli usi, i costumi, le tradizioni, le storie, e da lui riferita nel libro 'La civilisation du phoque”.
L'ambiente della storia sono il fiordo di Sermilik, i suoi ghiacci, e i piccoli villaggi di cui è disseminato, molti dei quali ancora oggi esistono.
I protagonisti sono i cacciatori inuit e le loro imbarcazioni, i veloci kayak per la caccia e la pesca guidati dagli uomini, e i lenti umiak guidati dalle donne, che venivano utilizzati per il trasporto degli oggetti e dei bambini durante i trasferimenti estivi ed invernali.
La storia, è una storia di vita quotidiana, non dissimile da altre storie che accadono in ogni altra parte del mondo.
Ottorino Tosti
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Tinitequilaaq VENDETTA! VENDETTA!

Successe a Sermilik, il grande fiordo, molto tempo fa.
Ogni estate molti cacciatori non tornavano dalla caccia in kayak. Affondavano con il loro kayak, o forse qualcuno aveva gettato loro il malocchio. Non si seppe mai.
Tibidaj (“Colui che sente male”) parte un giorno in kayak da Ikatek, dove vive.
Incontra due fratelli che abitano a Iderta, villaggio solitario e lontano, di una casa soltanto. Cacciano insieme. I due fratelli sono molto gentili con Tibidaj. Raccontano delle storie. Ridono tutti e due. Si fanno dei segni e delle strizzate d'occhi.
“I bassi fondali di Neremmak non sarebbero buoni per affondare qualcuno di quelli che portano le fasce sulla testa?” dice il primogenito al fratello minore. Il fratello minore si mette a ridere. Allora il primogenito aggiunge:
“E l'occhio di quello che è morto l'estate scorsa, non ci guarda da lassù, dall'alto della montagna?”
Tibidaj capisce che stanno parlando di uomini uccisi e tagliati a pezzi, alcuni pezzi dispersi in fondo al mare e un occhio in cima alla montagna per impedire al morto di tornare a vendicarsi, e che sono questi due fratelli ad aver ucciso i cacciatori in kayak che non sono rientrati ogni anno, da anni.
-”Ho dimenticato i miei guanti da kayak sulla riva” dice “La marea sale. Vado a metterli nel mio kayak. Aspettatemi”.
Scende correndo al mare. Entra nel suo kayak, fugge pagaiando con vigore.
Lassù, i due fratelli lo aspettano. Aspettano fin quando lo vedono lontano, sul fiordo.
“se ne è andato”, dice il primogenito.
“Sì, se ne è andato” risponde il fratello

Tornato a Iketek, Tibidaj racconta. Capiscono tutti, allora, che sono i due fratelli di Iderta ad aver ucciso i cacciatori in kayak che non sono rientrati, da anni, ogni anno.
Decidono di partire per andare ad ucciderli, e partono verso Iderta, con molti kayak e molti umiak.
A Iderta non c'è più nessuno. I due fratelli probabilmente sono partiti verso il sud.
I cacciatori ripartono verso sud. Trovano molte tende a Itsalik, vicino Isertoq.
Il primogenito dei due fratelli è qui. Allora si fermano e si dirigono verso le tende. Con indifferenza, passano la giornata a giocare e divertirsi.
La sera il primogenito dei due fratelli riparte verso nord per rientrare a Iderta.
Quelli che sono lì con Tibidaj, ma anche tutti gli altri che vogliono vedere cosa succederà, poiché tutti conoscono, ora, la storia, lo seguono.
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SermilikIl primogenito si siede sul posto del timoniere, in fondo all'umiak. prende la barra del timone. Giusto la testa e le spalle gli sporgono. Non si fida. Ha paura vedendo gli umiak e i kayak che lo seguono.
Nei pressi di Igasartek, Tibidaj in kayak gli si avvicina da dietro e gli lancia contro l'arpione per gli uccelli.
Il tiro è forte e preciso. L'arpione si pianta in alto sulla schiena, tra le due spalle. Tutte le donne negli umiak gridano. L'umiak del primogenito dei fratelli riesce a raggiungere la terra. Il ferito salta sulla riva, l'arpione sempre piantato nella schiena perché non ha potuto strapparselo. Gli altri cacciatori arrivano in kayak.
Il primogenito dei fratelli fugge con l'arpione piantato sempre nella schiena. Corre veloce, ma un uomo lo raggiunge. Negli umiak le donne gridano sempre più forte. Gli uomini si sono fermati e guardano. Allora quello che corre più veloce di lui gli da un colpo violento nella schiena, tanto violento che lo fa saltare in avanti.
Va a schiantarsi più in basso. L'urto è così terribile che la mascella inferiore si va a conficcare tra le due clavicole. E' morto.
Prima di ripartire, si racconta allora quello che si sa dei due fratelli, e che non si è mai raccontato prima. Il primogenito era brutale, collerico e violento. Ha ucciso quello e quell'altro per vendicarsi, apertamente e senza nascondersi. Il più piccolo aveva paura del primogenito, ma lo seguiva per aiutarlo. Erano quasi sempre insieme.
Tutti gli umiak e tutti i kayak ripartono.

Quando il secondo dei due fratelli apprende che il fratello maggiore è stato ucciso, si allontana con la famiglia e si stabilisce a Tasidartik. Qui lo si vede tutti i giorni portare delle enormi pietre. Allora tutti capiscono che si allena per diventare forte, molto forte, il più forte di tutti i villaggi per poter, un giorno, vendicare la morte del fratello.
Qualche anno più tardi, in estate, l'uccisore del fratello primogenito è seduto davanti alla sua tenda, intento a scolpire un osso di balena. Alza gli occhi, e vede, lontano, un umiak che si avvicina. Riconosce il fratello più piccolo seduto nella parte posteriore dell'umiak. L'umiak accosta.

Il fratello minore scende a terra con un salto. Ha un'accetta in mano. Arriva alla tenda davanti la quale è seduto l'uomo che gli ha ucciso il fratello. Gli si ferma davanti.
Un lungo arpione per la caccia alla balena è appoggiato contro la tenda con a lato la lunga e spessa cinghia, e alla fine della cinghia sono legati cinque grossi galleggianti.
L'uomo non dice niente. Guarda il fratello dell'ucciso. Non ha paura. Il fratello dell'ucciso dice:
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te”.
Indica il lungo arpione, la cinghia e i cinque galleggianti e dice:
“Questo, mi ripagherà per la vita di mio fratello”.
E prende il lungo arpione.
“No, dice l'uccisore del primogenito. Tu non ti ripagherai con questo!”.
Impugna l'altra estremità del lungo arpione. Tirano, ognuno dalla sua parte. Tirano.
“Lascia l'arpione” minaccia il fratello dell'ucciso “o riceverai la mia accetta in faccia!”
L'uomo lascia la presa. Comincia ad aver paura. Il fratello si dirige verso il suo umiak e vi depone il lungo arpione. Ritorna verso l'uccisore del fratello e dice:
“Io non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà”.
E prende la lunga cinghia alla fine della quale sono legati i cinque galleggianti.
“No” replica l'uomo “Tu non ti ripagherai con questo!”
Impugna due galleggianti. Tirano ognuno dalla propria parte. Il fratello dell'ucciso è il più forte.
L'uomo lascia la presa. Ha sempre più paura.
Il fratello dell'ucciso taglia la cinghia, la prende e prende i cinque galleggianti. Si dirige verso il suo umiak e vi depone la lunga cinghia e i cinque galleggianti.
Poi ritorna verso l'uomo e dice:
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà” .
Va verso un grande cane maschio legato ad una roccia.
L'uccisore di suo fratello non dice niente. Ha molta paura. Scoppia di paura.
Il fratello dell'ucciso taglia la cinghia del cane, si dirige verso il suo umiak e vi depone il cane.
Sale nell'umiak. Va a sedersi in fondo, prende la barra del timone, poi dice alle donne nell'umiak:
“Andiamo!”
Le donne hanno guardato tutto questo in silenzio. Cominciano a remare. L'umiak si allontana.L'uccisore del fratello primogenito lo guarda fino a che non scompare dietro un iceberg.
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Sermilik
Prima della fine dell'estate, Tibidaj è seduto davanti la sua tenda a Ikatek, dove è tornato per ricostruire la sua casa, e sta tagliando una lunga cinghia per il suo arpione d'inverno. Alza gli occhi e dall'altra parte del fiordo vede un umiak che avanza. L'umiak si avvicina. In fondo all'umiak riconosce l'uomo che è al timone: è il fratello dell'ucciso.
Tibidaj, che ha sentito la storia dell'arpione, della lunga cinghia, dei cinque galleggianti e del cane maschio, comincia ad aver paura. L'umiak accosta. Tibidaj lo guarda arrivare, ma non smette di tagliare la lunga cinghia Il fratello dell'ucciso si ferma davanti a lui.
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà” dice, e indica una grande pelle d'orso tesa sul telaio a seccare.
Quest'orso era stato ucciso da Tibidaj qualche giorno prima davanti la sua tenda, dove era stato probabilmente attirato dall'odore di foca che cuoceva. L'aveva ucciso con un colpo di lancia nel momento in cui si era alzato sulle zampe. Aveva mirato bene. Aveva avuto anche fortuna perché la lancia non aveva incontrato le costole ed era entrata tutta fino al cuore. Tibidaj voleva che sua moglie con quella pelle gli cucisse dei pantaloni per la caccia in inverno.
“No”dice “non ti ripagherai con questo!”
Il fratello dell'ucciso non risponde. Va verso il telaio e comincia a tagliare le cinghie di tensione. Tibidaj si alza, va verso di lui e lo afferra per il braccio. Ha paura.
“Lasciami o ti pianto l'accetta in faccia!”
Si battono. Il fratello dell'ucciso è il più forte. Tibidaj, che ha molta paura, lascia la presa.
Il fratello dell'ucciso taglia le cinghie di tensione, prende la pelle d'orso sulle spalle, e scende verso l'umiak. Getta la pelle d'orso nell'umiak e ritorna verso Tibidaj, che ha sempre più paura. Gli arriva davanti e dice:
“Non mi vendicherò della morte di mio fratello su di te. Ma questo sì mi ripagherà”.
Indica un grande cane maschio attaccato ad una roccia.
“No” dice Tibidaj, che ha sempre più paura “non ti ripagherai con il mio cane di testa!”
L'altro non dice niente. Va verso il cane, taglia la cinghia, si dirige verso l'umiak e vi depone il cane.
Va a sedersi in fondo e prende la barra del timone, poi dice alle donne nell'umiak:
“Andiamo!”
Le donne hanno guardato in silenzio. Cominciano a remare. L'umiak si allontana veloce.
Tibidaj lo guarda allontanarsi fino a che non scompare dietro il promontorio, a sud.

Molti anni dopo, l'uccisore del fratello primogenito e Tibidaj, hanno acquistato una formula magica per far morire il fratello dell'assassino.
Così questo si ammala durante l'inverno. Il suo corpo marcisce lentamente.Una sera esce di casa per andare a cercare da mangiare. Cade. Rotola fino alla riva. A notte inoltrata gli altri che sono usciti a cercarlo lo trovano bocconi come è caduto: sulla roccia, la testa affondata nell'acqua fino alle orecchie.

martedì 14 ottobre 2008

L’AIRONE ROSSO, IL PURPUREO SIGNORE DEL CANNETO

Oppure lo si potrebbe chiamare il purpureo signore del Lago di Annone perché lo si può incontrare andando in kayak solamente sul piccolo ma grande lago brianteo che si divide in due bacini (Annone e Oggiono). E’ un airone di grandi dimensioni appartenente all’ordine CICONIIFORMES, famiglia ARDEIDAE. Il suo nome scientifico è Ardea purpurea. Parti superiori grigio ardesia con penne del dorso allungate, vertice della testa nero con due penne filiformi nere allungate sulla nuca. Parti inferiori rossastre, collo fulvo con strisce nere che partono dalla testa e arrivano al petto. Becco e zampe lunghi con piedi molto grandi. In volo è simile all’Airone cenerino ma è più piccolo e il collo è tenuto meno incassato tra le spalle a formare una “S” più distesa.

Coloniale, nidifica in canneti di paludi e acquitrini, a quote basse. Dove è meno abbondante o in zone scarsamente adatte, si possono verificare anche nidificazioni di singole coppie. Il nido viene costruito solitamente a 60-80 cm. da terra utilizzando come supporto canne spezzate o cespugli, quando presenti. Si nutre di pesci, insetti acquatici e anfibi che cattura camminando lentamente nell’acqua o da “fermo”. Migratore pressoché totale, i principali luoghi di svernamento si trovano nelle regioni dell’Africa equatoriale fino agli estremi meridionali. Una curiosità: per contare il numero di nidi nelle colonie dei canneti si utilizzano fotografie scattate durante i voli di ricognizione a bassa quota, compiuti al termine della stagione riproduttiva.



sabato 11 ottobre 2008

INUIT CIRCUMPOLAR CONFERENCE

E’ un organizzazione che riunisce tutti i popoli dell’Artico con lo scopo di realizzare numerosi progetti, raccolte di fondi, convegni. Nel 1975, la Inuit Circumpolar Conference è diventata punto di riferimento per le Nazioni autoctone dell’Artico, che hanno opportunità, in tale occasione, di discutere delle proprie problematiche, dei progetti di sviluppo e dei metodi per concretizzarli, ma soprattutto, la Inuit Circumpolar Conference ha dato finalmente voce ai “Popoli del Ghiaccio” sul piano internazionale.
Sito ufficiale: www.inuitcircumpolar.com




giovedì 9 ottobre 2008

IL MOTORE DEL KAYAK

torsione del tronco, eseguita da QivittoqMolti pensano che il kayak sia uno sport basato sulla forza delle braccia: esso impegna invece soprattutto i muscoli del busto, mentre le braccia sono soltanto il collegamento meccanico tra il busto e la pagaia. L’importanza del busto è giustificata dal fatto che in esso sono presenti gruppi muscolari molto grandi e potenti che riescono sia imprimere maggiore forza, sia a opporre più resistenza risposto alla muscolatura degli arti superiori. Il movimento del busto è il vero motore del kayak: è paragonabile a una molla che, tramite la torsione, si carica in fase preparatoria per poi liberarsi durante il colpo.
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posizione del manico della pagaia rispetto alle spalle, eseguita da MarioIl manico della pagaia, nella posizione base, si trova parallelo all’asse delle spalle e posizionato ad una certa distanza da esse. Mantenere tale posizione durante l’esecuzione di tutti i colpi della tecnica (fatta eccezione per l’appoggio alto e l’eskimo) è il segreto per usare sempre il busto in modo corretto.
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posizione del manico della pagaia rispetto alle spalle, eseguita da Nanook

martedì 7 ottobre 2008

CARTA DEI POPOLI ARTICI

E’ un progetto per la conoscenza delle popolazioni del Grande Nord e prevede lo studio delle culture artiche e subartiche. Realizzata in collaborazione con il CNR – Polarnet, Università italiane, studiosi e ricercatori nazionali ed internazionali e con l’Aula Didattica http://www.climachecambia.it/ del Comune di Fermo. In particolare il progetto si prefigge di divulgare la conoscenza dei popoli artici in Italia; creare un data base delle popolazioni; favorire il turismo eco-sostenibile; sostenere piccole realtà museali; creare un archivio d’immagini video-fotografiche; elaborare progetti in cooperazione; realizzare spedizioni scientifiche. Il progetto, attivo dal 2003, è stato inserito anche nei programmi dell’Anno Internazionale delle Aree Polari (IPY) del 2007. Inoltre, la Commissione Scientifica Nazionale dell’Antartide, lo ha inserito come unico progetto di ricerca artico tra il ristretto numero dei programmi italiani scelti per l’IPY.
Altre informazioni sul sito: http://www.museopolare.it/; http://www.circolopolare.com/
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venerdì 3 ottobre 2008

PAGAIA TRADIZIONALE: PERCHE’? di Nicola De Florio

pagaia, arpione e kayak tradizionali InuitPer pagaie tradizionali si intendono quelle tipiche usate dagli Inuit della Groenlandia e delle isole Aleutine, a pale strette e non incrociate, quando la loro sopravvivenza dipendeva dalla caccia e dalla pesca praticata a bordo del kayak. Ebbene nella loro rudimentale costruzione, sia il kayak che la pagaia, erano il risultato della loro esperienza e dei materiali reperibili in zone così ostili. Resta il fatto che, con quelle possibilità, erano riusciti a trovare le forme e le linee perfettamente funzionali per affrontare giornate intere di navigazione in condizioni meteo alquanto avverse. Pertanto, dopo tante osservazioni e analisi sulle loro pagaie e sui loro kayak, abbiamo constatato che per medi e lunghi percorsi, oltre a un buon allenamento, ci vuole una pagaia adatta; e quale prova più convincente delle pagaie tradizionali Inuit?
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facciata e sezioni alle varie distanze di una pagaia modello GreenlandUna pagaia corta (cm. 180 circa) con pale larghe (cm. 20 circa) è adatta alla navigazione in spazi ristretti come fiumi, torrenti o sotto la vegetazione; le sue pale larghe danno buona resa e discreto appoggio anche in spazi così ridotti. Una pagaia di lunghezza come la precedente, ma con pale strette (cm. 9 circa) e lunghe (cm. 60 circa) non darebbe una buona resa e neppure un buon appoggio.
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particolare delle sezioni a varie distanze di una pagaia modello GreenlandUna pagaia di lunghezza media (cm. 220 circa) con pale larghe (cm. 20 circa) è adatta alla navigazione in spazi più estesi, come laghi e mari; le sue pale danno un’ottima resa ed un buon appoggio, ma subiscono forte pressione con vento contrario ed, anche quando le pale sono incrociate, non consentono di mantenere un ritmo costante su tragitti medio-lunghi ed affaticano molto; anche i polsi soffrono dovendo continuamente effettuare la rotazione ad ogni pagaiata. Sono quindi adatte a tragitti piuttosto brevi con necessità di molta propulsione, quindi a competizioni sportive.
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facciata e sezioni alle varie distanze di una pagaia modello AleutinaUna pagaia di lunghezza come la precedente, ma con pale strette (cm. 9 circa) e lunghe (cm. 80 circa), adatta alla navigazione come sopra, offre una buona resa su percorsi medio-lunghi; permette un buon appoggio; soffre poco il vento, affatica molto meno braccia e polsi, anche perché non necessita di rotazione.
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particolare delle sezioni a varie distanze di una pagaia modello AleutinaUna pagaia piuttosto lunga (cm. 240/250 circa) con pale larghe (cm. 20 circa) è incredibilmente faticosa in quanto con un braccio di leva così lungo è quasi impossibile pagaiare, inoltre il vento contrario svilupperebbe una forza tale da impedirne l’avanzamento. Questo tipo di pagaia è assolutamente da scartare!
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profili di lato e di fronteUna pagaia di lunghezza come la precedente, ma con pale strette (cm. 9 circa) e lunghe (cm. 90/92 circa), è specialmente adatta a percorsi medio-lunghi di navigazione sui laghi e mari con ottima resa; ottimo appoggio; ridotto affaticamento e, a secondo
del profilo delle pale, pochissima sofferenza al vento. Questa è la PAGAIA DA MARE!
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estremità incapsulate in vetroresinaIl profilo delle pale di una pagaia tradizionale, oltre che a determinare la zona di provenienza di alcuni modelli, determina anche la maggiore o minore resa durante la navigazione. Supponiamo di avere due pagaie tradizionali della medesima lunghezza e medesima larghezza, ma una con la parte più larga all’estremità; l’altra con la parte più larga al centro della pala. Si deduce che accorciando il braccio di leva si riduce anche la forza da impiegare pur mantenendo la stessa presa d’acqua; al contempo si sopporta meglio il vento contrario sulla pala esposta. Anche la sezione delle pale consente di ottenere un maggiore o minore grip. Pertanto una sezione con le due facciate molto convesse non consente una buona spinta, mentre una sezione con le due facciate leggermente convesse consente una buona spinta e morbidezza. Per chi, da una pagaia tradizionale, vuole una spinta forte ma che una buona sopportazione al vento contrario: la pagaia ideale è a pale con sezione concava da un lato e convessa dall’altro. Non esiste una pagaia perfetta per tutte le esigenze, ma scegliendo il profilo giusto si può ottenere un buon margine di versatilità.
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manico, già arrotondato, composto dal listello centrale e dalle guancetteUna buona pagaia tradizionale deve essere rigorosamente fatta in legno! Il legno è un cattivo conduttore di calore e quindi non scotta se lasciato al sole e non gela se lasciato al freddo. A seconda delle esigenze, il legno può essere scelto tra le diverse essenze in funzione del peso, del colore, della durezza e delle sue venature. Il legno galleggia in acqua. Il legno unito tra varie essenze può dare risultati ottici piacevoli; a strati sovrapposti, può costituire un prodotto indeformabile e alquanto rinforzato. Il legno è trattabile con idrorepellenti, vernici e resine speciali. Le parti interne devono essere in legno di abete (legno leggero, ma abbastanza forte), mentre le parti esterne in legno di douglas, frassino, mogano, ciliegio, ecc. (legno duro).
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i quattro listelli che compongono una pala con il listello centrale che va da un'estremità all'altra, i listelli incollati tra loro ed il profilo della palaUna buona pagaia dovrebbe essere ricavata da un "sandwich" a strati di legni sovrapposti incollati tra loro tenendo conto di ottenere complessivamente peso accettabile, robustezza, indeformabilità, impermeabilità, maneggevolezza. I legni che la compongono devono essere esenti da nodi soprattutto in parti soggette a sollecitazione. Deve avere le estremità rinforzate affinché non si rovinino facilmente e lascino filtrare acqua nel legno. Deve essere ben equilibrata. Il manico rigido e ovale ben levigato che consente maneggevolezza, robustezza e riconoscimento costante della posizione delle pale anche al buio. Le pale non troppo rigide. Deve essere trattata per l’impermeabilizzazione con due mani di resina epossidica bi-componente a distanza di 48 ore una dall’altra, previa carteggiatura e due mani di vernice poliuretanica bi-componente (preferibile satinata per evitare l’appiccichio alle mani e i riflessi del sole negli occhi) a distanza di 24 ore l’una dall’altra, previa carteggiatura. Le colle usate devono essere idroresistenti e termoresistenti (epossidiche, poliuretaniche, viniliche super extra).
Se qualcuno vuole provare a costruirsene una sappia:
Che ci vogliono un po' di attrezzi
Che ci vuole un po' di abilità
Che ci vuole molto olio di gomito e pazienza
Che ci vogliono circa 100 € di materiali
Che se viene bene la soddisfazione è grande!
Che se viene male la delusione è grande!
Che se viene male la prima, la seconda verrà meglio!
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pagaie tradizionali pronte per la navigazione!Foto (tranne la prima) e testo di Nicola “NIKO” De Florio.
L’autore vive a Varese e dalle sue mani nascono le mitiche pagaie “AVATAK” http://www.avatakpagaie.com/ Tel. +39 333 4924557 E-mail: avatak@libero.it