"INUIT DEL LARIO" - CANOA KAJAK 90 A.S.D.

LA PASSIONE PER IL KAYAK DA MARE, LA NATURA E GLI AMICI...



"vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde, di andare e venire
ricominciare a fluire..." (Tiromancino)



venerdì 29 febbraio 2008

PAGAIATA SUL SEBINO – 8 MARZO 2008

Ho appena ricevuto dal mitico Luciano Belloni il bando di questo raduno che si terrà sabato 8 Marzo sul lago di Iseo. Come al solito vi prego di comunicarvi la vostra presenza!!! Grazie. Corrado. Eccolo:

“Chiedo scusa se questo invito vi giunge un po’ in ritardo, ma ho dovuto fare un sopraluogo per esaminare il luogo di imbarco e possibilità comode di parcheggio e prendere i dovuti accordi.
Contrariamente a quanto inizialmente pianificato, l’incontro sul Lago d’Iseo sarà solamente nella giornata di Sabato 8 Marzo.
Il punto di incontro e di imbarco in località Pinzone al Campeggio Olivella alle ore 9.30.
L’itinerario dell’escursione prevede di raggiungere l’isola di Monte Isola nel lato sud e costeggiare il lato ovest di attraversare su Portirone e proseguire lungo la costa bergamasca del lago sino a Riva di Solto e all’orrido del Bogn.
Dopo la sosta pranzo si attraversa sulla costa bresciana toccando Marone, il lato est di Monte Isola e rientro a Pilzone nel tardo pomeriggio.
E’ opportuno presentarsi in orario e con il necessario per una colazione al sacco e magari per uno spuntino nel pomeriggio; una bevanda calda è raccomandata.
L’abbigliamento deve essere adeguato alla stagione che può anche essere fredda e soprattutto adeguato alla temperatura dell’acqua, perché … non si può mai sapere! Oltre a ciò, l’uso di una cuffia in neoprene è consigliato, non costa molto ed è molto utile. Almeno un “cambio” è bene averlo sempre nei gavoni.
Al campeggio è possibile fare una doccia calda all’arrivo.
Al campeggiatore dovrà essere riconosciuto un piccolo contributo che sarà definito al momento.
Prego dare vostra conferma di partecipazione entro Giovedì 6 Marzo a mezzo telefono o con e-mail.

Come raggiungere il Campeggio Olivella di Pilzone? Dall’autostrada Milano-Venezia uscire a Palazzolo e all’uscita del casello voltare a sx per Sarnico e dopo circa 5 km voltare a dx per Clusane e Iseo. Dopo Iseo, e senza entrare in città, tenere la sinistra verso il lago ad una rotonda seguendo le per Sulzano o Sale Marasino o Marone.
Il primo paese che si incontra è Pilzone dove sulla sx c’è un cantiere navale e immediatamente dopo ci sono le indicazioni per i campeggi, tra cui il Camping Olivella, e qui svoltare a sinistra. Passare il passaggio a livello e seguire la strada stretta e sempre a sinistra, sino all’ingresso del campeggio.

Se necessitate di altre informazioni, contattatemi al 338-1374722. Grazie. Rimanendo in attesa di una vostra conferma, un cordiale saluto. Luciano”
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giovedì 28 febbraio 2008

MILLLLLE!! NUMERI CHE FANNO GIRARE LA TESTA...

Rieccomi per il consueto piccolo momento di autocelebrazione.
Ho il piacere di comunicarvi che in questi ultimi 30 giorni il nostro blog ha ricevuto ben 1000 visite da parte di 400 visitatori!! Spettacolo!! Siamo davvero un bel gruppetto numeroso.
Ora se ne riparla a quota 2000. Saluti a tutti.

mercoledì 27 febbraio 2008

COME IL LARIO INFLUENZA IL CLIMA

Il lago di Como si sviluppa su una superficie di 145,9 chilometri quadrati e la sua profondità arriva a toccare i 410 metri (la profondità media è di 145 metri). In questa forra scavata sia da antiche fratture sia dai ghiacciai delle ultime glaciazioni si raccoglie un volume d’acqua di circa 22,5 chilometri cubici. Per farsi un’idea delle dimensioni di ciò di cui stiamo parlando bisogna immaginare un parallelepipedo con una base di un chilometro per lato e un’altezza di 22,5 chilometri! Naturalmente questa gigantesca massa d’acqua non può non avere effetti sul clima dell’area. Ma perché? Perché l’acqua ha una capacità termica molto maggiore dell’aria, ciò significa che le grandi masse d’acqua si riscaldano molto più lentamente dell’atmosfera circostante e al contempo rilasciano altrettanto lentamente il calore accumulato, riscaldando gli strati atmosferici più bassi, su tempi lunghi. La temperatura superficiale del lago, dunque, ricopre un ruolo fondamentale nell’addolcire il clima nel periodo autunnale e talvolta anche invernale. Per capire a fondo partiamo da un esempio molto semplice: poniamo una pentola d’acqua sul fornello. L’acqua tende a passare nell’aria circostante già prima che si accenda il fuoco e che la si porti a ebollizione, ma in modo assai lento; il trasferimento si fa via via più intenso quanto più la si riscalda. Questo esempio porta una deduzione importante: quando la superficie lacustre è calda, questa trasferisce in atmosfera molta umidità e calore. Ciò fa sì che l’aria scaldata dal basso, e quindi più leggera dell’atmosfera circostante, cominci a salire verso quote maggiori dando avvio a quei moti convettivi che consentono la formazione di nuvole e piogge. Insomma, al di sopra di un lago è normale che si formino nubi cariche di pioggia che rendono particolarmente umido il clima delle terre circostanti.
E il Lario riesce a scaldarsi notevolmente durante l’estate, da qui la sua influenza autunnale sulle aree vicine, sulle quali apporta tepore e piogge. Che la zona lariana abbia precipitazioni importanti lo confermano i dati dei vari pluviometri. Essa infatti è interessata da 1800/2000 millimetri di piogge all’anno che interessano soprattutto i versanti esposti verso il lago e la pianura e sono concentrati principalmente nei mesi primaverili. Detto questo va precisato che tale andamento è stato caratteristico degli anni durante i quali non era ancora in atto la forte evoluzione climatica tipica degli ultimi anni. La riduzione generalizzata delle piogge, della nevosità e l’aumento della temperatura media stanno infatti alterando questi valori e queste medie, ma è ancora troppo presto per formulare una qualunque conclusione sull’evoluzione in atto.
Infine va detto che il Lario oltre ad addolcire le temperature autunnali e invernali ha anche un benevolo influsso sulla flora che cresce lungo le coste: infatti si può definire una vegetazione quasi mediterranea e andando in kayak tante volte (con un po’ di fantasia) sembra di essere nella macchia e la presenza di olivi, cipressi, palme, fichi, allori e lecci ci fa dimenticare che noi Inuit del Lario siamo Laghée…
La foto è stata presa nei pressi di Bellagio.

martedì 26 febbraio 2008

LA VITA DENTRO L’IGLOO

L’IGLOO è la casa di ghiaccio utilizzata d’inverno dal popolo Inuit. Gli IGLOO erano usati nei periodi dedicati alla caccia alla foca e all’orso bianco. Gli IGLOO più piccoli venivano costruiti in mezz’ora o poco più, mentre quelli famigliari richiedevano un’intera giornata di lavoro. Tutti partecipavano alla costruzione tagliando blocchi di neve con il coltello e sovrapponendoli in modo da formare una cupola. Al suo interno, l’IGLOO aveva tutte le comodità di una vera casa: letto sopraelevato fatto di pelliccia detto ILLEQ, treppiede per il lume e la cottura degli alimenti, sala comune. L’IGLOO era riscaldato e illuminato dalla lucerna (QULLIQ) e alimentata con olio di foca. La temperatura all’interno era vicino agli 0°C, che era comunque molto confortevole rispetto alla temperatura esterna (d’inverno anche –30°C e oltre!).
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Ma come veste la “padrona” di casa? Gli abiti vengono confezionati con pelli di caribù, foca ed edredone (anatra artica). L’abito della donna Inuit è l’AMAUTIQ. Si tratta della migliore protezione per la madre e il bambino e favorisce un legame molto stretto fra i due. Questo abito permette alla donna di avere le mani libere per accudire a differenti mansioni e contemporaneamente di rimanere in contatto fisico costante con il suo bambino, assicurandosi in modo continuativo del suo benessere. Esistono vari modelli secondo le regioni, ma l’abito di base è composto da un grembiule (QINERQ o SAA) che pende davanti e protegge dal freddo. Inoltre il SAA serve come copertina per deporvi il bambino quando è fuori dall’AMAUTIQ. La “coda” (AQOQ) protegge il fondo schiena e serve da stuoino per sedersi sulla neve, sul ghiaccio e le superfici fredde e umide. Nel breve periodo estivo (quando la temperatura può raggiungere anche i 10°C) le donne indossano abiti tradizionali più “leggeri” e molto eleganti con corpetto in seta riccamente decorato con perline (frutto del contatto con i QUALLUNNAAT “l’uomo bianco”) e calzano stivali alti in pelle di foca finemente ricamati.

lunedì 25 febbraio 2008

TIVANO, BREVA, VENTONE E FOHN…


In un post precedente avevo elencato tutti i venti del nostro lago. Adesso un breve approfondimento sui quei venti veramente caratteristici del Lario e che possono essere pericolosi per la navigazione in kayak.

Da nord giunge assai spesso il TIVANO. Si tratta di un vento regolare che spira tutto l’anno, nelle prime ore del mattino. La sua velocità può raggiungere i 20 chilometri all’ora ed è molto forte davanti a Lecco, ma è un vento benevolo che viene dalla Valtellina e, quando è totalmente assente indica l’avvicinarsi del brutto tempo. A fargli da contraltare vi è la BREVA, un vento che proviene da sud, che di solito si alza quando cala il TIVANO e può durare tutta la giornata. Questi due venti sono portatori di bel tempo sullo specchio del lago di Como e sulle cime montuose circostanti. Quando invece si alzano altri venti, che possono essere anche molto violenti e forti, è assai probabile che il tempo si guasti. Uno dei peggiori è il VENTONE, tipico della primavera;: soffia dalla Val Chiavenna, improvviso, a ogni ora del giorno. Dura solitamente da 3 a 5 giorni e ha raffiche violente attorno ai 40/60 chilometri orari. Da sud, invece fa paura il MENAGGINO, che scende dalla Val Menaggio con colpi violenti ed è assai temibile durante i temporali, soprattutto d’estate. Vi sono poi il BELLANASCO, che scende dalla Val Muggiasca proprio sopra Bellano, l’ARGEGNINO, che spira dalla Val d’Intelvi con raffiche violente, il GARZENO che scende dalla valle soprastante l’abitato di Dongo e il BERGAMASCA. Quest’ultimo risale tutto il ramo di Lecco, sino a centro lago, per perdere poi di intensità e di violenza. Tutti questi venti sono per lo più correnti estive che possono essere assai pericolose, specie durante i temporali. Infine, non può essere dimenticato il FOHN (favonio) , che di solito arriva da nord. E’ un vento secco e tiepido e a volte diventa impetuoso con raffiche regolari che arrivano fino a cento chilometri all’ora. Prevalentemente soffia tra la fine dell’inverno e la primavera ma non è un vento regolare sull’alta Lombardia, dove lo si registra in media una decina di giornate all’anno. Come si forma il FOHN? L’aria che da nord si avvicina alle montagne è costretta a salire sulle creste, da dove poi scende a valle. Mentre risale, la sua temperatura diminuisce, di solito di 1°C ogni cento metri. Ora, poiché nell’aria che sale è presente vapore acqueo, con il raffreddamento condensa. In tal modo si formano nuvole e precipitazioni sul versante nord dell’arco alpino (in Svizzera). Durante la discesa sul versante sud (sul Lario) avviene un riscaldamento progressivo, in media di 1°C ogni cento metri di perdita di quota, dovuto al processo di compressione dell’aria. Il risultato è un vento che dai più viene definito come un “vento caldo”, ma non è così in quanto l’aria viene scaldata dal processo fisico di compressione. Il suo arrivo comunque, porta giornate splendide e secche, aumento della temperatura e scioglimento della neve in montagna ma è sconsigliata l’uscita in kayak per le forti raffiche.

venerdì 22 febbraio 2008

L’AIRONE CENERINO, IL SIGNORE DEL LAGO

Spesso quando navighiamo in kayak sul lago di Garlate o sul grande Lario ci capita di vedere un grosso uccello grigio immobile su qualche sasso; non si sposta nemmeno quando gli passiamo davanti con il nostro kayak. E’ l’Airone Cenerino, il più grande degli aironi europei. Il suo nome scientifico è Ardea Cinerea. E’ un grande airone con collo e zampe molto lunghe, becco lungo e robusto di colore giallo-arancio. Il piumaggio è grigio-azzurro con parti bianche e nere. Ha due strisce nere sopra l’occhio che si prolungano in due lunghe penne filiformi che sporgono dietro la nuca. Anche sul petto e sul dorso ha delle penne ornamentali allungate e piumose, più evidenti in periodo riproduttivo. In volo, ma spesso anche quando è posato a terra, tiene il collo retratto a “S”.


Nidifica in colonie (garzaie) di boschi di alto fusto all’interno di zone umide naturali o artificiali, costruendo il grosso nido ad altezze considerevoli (fino a 40 metri dal suolo). Vicino a noi c’è una grossa garzaia nella palude di Brivio. Quando le colonie sono miste con altri tipi di aironi, occupa la porzione di bosco con gli alberi più alti. Si nutre di una vasta gamma di prede: pesci, anfibi, rettili, insetti e piccoli mammiferi. Caccia sia da fermo che camminando molto lentamente in acqua o sul terreno.

giovedì 21 febbraio 2008

MI REGALANO UN QAJAQ


“Mentre eravamo a Tovqutaq, arrivarono parecchi umiaq, fra i quali quello di mio zio Qartuaq di Sermilik. Era venuto con uno scopo preciso: non aveva figli e sapeva che per me era arrivato il momento di avere un qajaq dato che ero alle soglie della gioventù. Dopo essersi procurato un po’ di legname, cominciò a costruirmi un qajaq; per la felicità non mi staccavo dal suo fianco. Era necessario che imparassi come fabbricarne uno. In seguito ne trassi profitto, perché costruii sempre i miei qajaq da solo. Li costruivo il più affusolati possibile, pensando alla velocità, sebbene i qajaq stretti scuffiassero più facilmente. Ma una volta fatta l’abitudine alla nuova imbarcazione non si pensava più che potesse capovolgersi. Ultimata la carcassa Qartuaq si procurò le pelli di foca e alcune donne e mia madre cucirono il rivestimento. Era un qajaq piccolo, e non ci volle tempo per rivestirlo. Appena fu asciutto, vi salii per la prima volta. Siccome non ci ero abituato, avevo difficoltà a tenermi in equilibrio. Provai a stare completamente immobile, ma avevo sempre la sensazione di essere sul punto di capovolgermi. Mi zio mi insegnò come fare tenendo fermo il qajaq con la sua pagaia e rimanendomi vicino in modo da potermi afferrare se fosse successo qualcosa. Siccome non mi muovevo disse: “prova a usare la pagaia, anche se hai paura. Se cominci a inclinarti da una parte, ti aiuterò subito in modo che non ti capovolga”. Alzai un poco la pagaia e mi bloccai di nuovo; allora lui sbottò: “non imparerai mai a stare in un qajaq se hai tanta paura. Se ti capovolgi, ti aiuterò a raddrizzarti” Che sciocco che ero! Mi aveva costruito un qajaq e ne ero così contento che non potevo fare altro che obbedirgli; perciò provai a muovere la pagaia come mi aveva detto. Questa volta ci riuscii, la spinsi nell’acqua e in breve imparai a manovrarla abbastanza bene. Anche se il mio qajaq era più stretto di quelli degli altri, non era tanto difficile. Dopo averci fatto l’abitudine, mi capitava di ripensare a come mi ero comportato la prima volta che ci ero salito: non era poi così difficile. Quando mio zio mi ebbe insegnato i primi rudimenti, mi esercitai da solo, e alla fine andavo in qajaq dappertutto. Allora Namagteg mi cucì una pelliccia da qajaq. Me la infilai e volli provarla sull’acqua bassa vicino alla riva, dove riuscivo a toccare il fondo con la pagaia. Certo avevo visto altri farlo, ma scoprii che era un’impresa difficile ora che toccava a me. Mentre muovevo la pagaia sulla superficie del mare oscillavo di qua e di là. Mi ci volle parecchio tempo per imparare, ma alla fine divenni talmente pratico che riuscivo ad adagiarmi con il corpo sull’acqua. Pensai diverse volte di provare a scuffiare, ma ritenevo di non essere ancora abbastanza bravo. In quel periodo pensavo spesso a mio padre, che era stato ucciso mentre era in qajaq. Credo che quel ricordo, o quel pensiero mi riempisse di paura e mi desse coraggio allo stesso tempo, spronandomi a esercitarmi ancora di più. Poi mi capito di scuffiare senza volerlo: dopo tutto non era tanto difficile tornare in equilibrio. Ripetei i movimenti che avevo fatto durante l’allenamento e raddrizzai subito: avevo imparato come si faceva, non era un’impresa impossibile. Ci presi gusto e cominciai a scuffiare più volte. Smisi solo quando mi resi conto che i muscoli delle braccia si erano affaticati. Con il tempo imparai a conoscere alla perfezione il mio qajaq e, dopo che avevo imparato a raddrizzarmi, le tempeste non mi fecero più paura. Mi capitò diverse volte che le foche arpionate mi facessero scuffiare, ma non ci badavo. Una volta anche un narvalo che avevo catturato mi trascinò via come un galleggiante, ma me la cavai senza rovesciarmi perché fortunatamente non c’erano molti banchi di ghiaccio.”
Tratto dal libro “IL MIO PASSATO ESCHIMESE” di Georg Qupersiman.

martedì 19 febbraio 2008

PRESTORIA E STORIA DEGLI INUIT


Durante una fase glaciale, circa 8/10.000 anni fa, gruppi di cacciatori-raccoglitori originari della Siberia, attraversarono con le loro famiglie lo Stretto di Bering inseguendo i mammiferi di grandi dimensioni che si spostavano sul territorio alla ricerca di cibo. Questi gruppi diedero origine alla cultura di Denbigh (Stretto di Bering, Alaska) e sono gli antenati dell’ultima ondata di popolamento preistorico delle Americhe che circa 5/6 millenni fa, colonizzò le coste artiche dell’Alaska e, intorno al 2300 a.c., si insediò gradualmente sulle isole e le coste dell’Artico Canadese, arrivando fino in Groenlandia orientale. Intorno al XVI secolo, gli Inuit della Cultura di Thule entrarono in contatto con l’uomo bianco, i Qallunnaat o “uomini dalle sopracciglia cespugliose” provenienti dall’Europa, diventando gradualmente dipendenti della risorse che i nuovi arrivati portavano per effettuare scambi commerciali e divenendo stanziali a partire dalla seconda metà del XX secolo. Alcuni interessanti scrimshaw ( è una tecnica che viene spesso usata per decorare i manici dei coltelli ed è realizzabile su materiali quali osso, avorio, corna o denti di animali) del XVIII secolo, documentano la storia delle esplorazioni artiche, vista attraverso i marinai delle baleniere del New England. Durante le lunghe navigazioni, questi uomini come passatempo incidevano sui denti di mammiferi marini raffigurazioni della vita dei marinai di allora, la caccia alle balene, le loro navi ed i loro comandanti: personaggi e vicende storiche e famigliari.

venerdì 15 febbraio 2008

LA LUNGHEZZA DELLA PAGAIA TRADIZIONALE GROENLANDESE


Eccovi alcune considerazioni ricevute dal caro amico Maurizio Riva del Lario Sea Kayak (http://larioseakayak.blogspot.com/) sul mio post intitolato “LA PAGAIA TRADIZIONALE GROELANDESE (GREENLAND PADDLE). Le pubblico volentieri!

Per tornare al tuo post, io personalmente non ci vedo inesattezze o superficialità, l'unica cosa che mi permetterei di aggiungere è che la pagaia solo recentemente si è "standardizzata" sui 240 cm.... e più precisamente questa è un po' un idea di Niko della AVATAK (http://www.avatakpagaie.com/) più che uno standard.

Originariamente, se non erro, lo standard per stabilire la lunghezza della pagaia era: l'altezza della persona più la lunghezza dell'avambraccio, più la misura in larghezza del palmo della mano. Sto andando a memoria però sono abbastanza sicuro che questo sia il metodo giusto. Un metodo di misura proposto recentemente sarebbe quello di aggiungere anche la differenza tra la larghezza del kayak e il bacino del kayakista.

Il problema con le misure originali è che vengono delle pagaie molto lunghe (MOLTO LUNGHE!!!) perché noi rispetto agli Inuit siamo tutti dei giganti. Questo cambia un pochino le carte in tavola, le nostre adorate pagaie groenlandesi diventerebbero dure da tirare e faticose... quindi poco adatte al tipo di escursioni che facciamo noi.

Mi permetto un’ultima cosa, pensa anche alla differenza tra i loro kayak e i nostri: zero rocker, lunghissimi e leggeri. Lunghissimi sempre per le dimensioni e il peso del kayakista (anche per costruire il kayak c'è una formula, 3 volte l'altezza del kayaker, più il solito avambraccio e palmo). Kayak così assomigliano di più ai K1 olimpici che ai moderni kayak da mare, che magari carichi pesano 50-70 KG.

Da questa serie di considerazioni è nata l'idea di Niko di mantenere delle pagaie più corte, idea che io personalmente condivido. Ti dirò di più, molti clienti americani o nordeuropei chiedono a Niko pagaie ancora più corte, sui 220 cm., forse meno. Questo però è dovuto al loro diverso modo di pagaiare, molto verticale... ma questa è un altra storia.

PS: questo signore della foto non è uno dei nostri… Spero che non si arrabbi perché ho pubblicato la sua foto sul nostro blog!

mercoledì 13 febbraio 2008

INUKTITUT


L'INUKTITUT è la lingua parlata dagli Inuit, che significa "uomini" , inteso come popolo. L'INUKTITUT è una lingua della famiglia eschimo-aleutina, agglutinante e polisintetica. I verbi si coniugano. Il vocabolario è estremamente ricco. La scrittura che rappresenta l'INUKTITUT è di tipo sillabico. Fu inventata dal Rev. James Evans nella prima metà dell'800 e diffusa dai missionari anglicani; è costituita da 11 segni sillabici che possono assumere 4 posizioni diverse, componendo un alfabeto di 44 segni fonetici.

martedì 12 febbraio 2008

LA VERA MUMMIA DEL LARIO HA IL MARCHIO SUL KAYAK!


UMIAQ




E’ la canoa familiare degli Inuit, manovrata dalle donne del clan, in pelle di foca o di tricheco, non dotata di un ponte, lunga da 8 a 15 metri. E’utilizzata, di solito, per trasportare gli abitanti di una casa (ossia una famiglia patriarcale: uomini, donne, bambini, cani, equipaggiamenti e tutto il materiale tipico della vita nomade) verso nuove terre dove cacciare e pescare. Caricata di viveri, materiali e di passeggeri, l’UMIAQ può trasportare fino a 50 persone o sopportare un carico da 5 a 10 tonnellate. A differenza del QAJAQ che è mosso da una pagaia a due pale, l’UMIAQ è spinta da una pagaia ad una pala o da un remo e contrariamente al QAJAQ, avanza a scossoni, costeggiando immensi lastroni di ghiaccio formati dal mare gelato e cercando di evitare gli iceberg. D’estate serve per spostare tutta la famiglia mentre d’inverno è rovesciata davanti all’Igloo, su quattro puntelli e abitualmente serve come deposito per il cibo e le pelli. L’UMIAQ viene anche usata dagli uomini per la caccia alla balena oppure in occasione di riti sacri.

lunedì 11 febbraio 2008

CARATTERISTICHE PRINCIPALI DEL LARIO


Inquadramento geografico:
NORD: Gera Lario 46° 10’ 13” latitudine Nord
SUD: Como 45° 48’ 27” latitudine Nord
EST: Lecco 9° 23’ 40” longitudine Ovest
OVEST: Como 9° 05’ 15” longitudine Ovest

Lago subtropicale
Superficie: 146 km quadrati.
Volume acqua: 50 milioni di metri cubi
Sviluppo costiero: 170 km.
Larghezza massima: 4200 metri
Lunghezza massima: 46 km.
Altitudine media del pelo dell’acqua: 198 metri slm
Profondità massima: 410 metri

Temperatura dell’acqua (dato importante per il kayaker):
La temperatura nella stagione invernale è di 5°-6°C a qualsiasi profondità. In tarda primavera la temperatura inizia a salire toccando in superficie 17°C-20C° nel periodo più caldo dell’anno. In estate il termoclinio si trova a circa 15-20 metri dalla superficie, al di sotto la temperatura scende arrivando a 7°C-8°C a profondità di poco superiori a 50 metri.

giovedì 7 febbraio 2008

INUKSHUK


Per secoli, i popoli Inuit dell'Artico canadese hanno edificato delle strutture di pietra, che evocano la forma umana, chiamate INUKSHUIT (plurale di INUKSHUK). Esse servono come punti di riferimento per i viaggiatori che percorrono le immense distese ghiacciate dell'Artico. Vicino alle INUKSHUIT sono sempre conservate scorte di cibo e indumenti asciutti, disponibili in caso di emergenza.

martedì 5 febbraio 2008

QUALCUNO CI GUARDA 2

Allego un breve ma interessante riassunto delle visite al nostro blog nell'ultimo mese.
"Resoconto blog gennaio 2008"
Quasi 800!! Non male, se pensiamo che nello scorso mese di ottobre erano poco più di 200.
I visitatori sono stati quasi 300 che, anche togliendo quelli che sul nostro blog ci sono finiti per sbaglio, sono un gran bel gruppo di amici.
Per tutti noi deve essere un bello stimolo a continuare su questa strada, e cercare sempre nuove cose interessanti, su kayak da mare e dintorni, da condividere.
Coraggio Inuit del Lario, aspetto i vostri post!...
Chiudo con un doveroso ringraziamento a tutti quelli che ci seguono.. non esitate a dire la vostra e a farvi sentire.
Ciao a tutti!!
Eppiluk

lunedì 4 febbraio 2008

NERRAJAQ E PITERAQ, VENTI DI GROENLANDIA


"Il grande svantaggio di questo nostro paese è che il tempo è pessimo durante l’inverno. E quando i due venti dominanti, il NERRAJAQ e il PITERAQ soffiano incessantemente, la situazione si fa molto difficile. Sono venti fortissimi. Quando il NERRAJAQ porta la neve si rimane bloccati e quando porta la pioggia ci si inzuppa. Il PITERAQ invece è gelido e con la sua forza immensa trascina tutto con sé. Da quando hanno inizio i miei ricordi, molte persone che conoscevo sono perite per il PITERAQ. Anche a me è capitato di ritrovarmi in mezzo al PITERAQ, ma allora ero già bravo a governare il Qajaq.
Sai che abbiamo delle espressioni particolari per questi venti? Del NERRAJAQ diciamo che è un uomo, perché porta la pioggia, e che arriva perché ha abbandonato il suo giaciglio. E quando dura a lungo diciamo: “Ascolta, calmati e tornatene indietro, altrimenti arriverà una volpe e si impossesserà del tuo giaciglio!” Anche del vento dell’est diciamo che è un uomo, perché porta la nebbia e la foschia. Del vento dell’Est diciamo che è figlio del PITERAQ, e che il PITERAQ è una donna. Quando il vento di Levante perdura diciamo: “Sta andando incontro alla madre”."

Tratto dal libro “IL MIO PASSATO ESCHIMESE” di Georg Qupersiman.